Sabato 10 ottobre 2026, la Conca del Tesino ha ospitato la Giornata degli Ecomusei del Trentino, un’occasione di incontro e confronto tra le nove realtà della rete provinciale, impegnate nella valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e sociale dei propri territori.
La mattinata si è aperta a Pieve Tesino, con l’accoglienza dei partecipanti al Centro polifunzionale e poi il trasferimento al Centro Studi Alpino dell’Università della Tuscia per la tavola rotonda dedicata alle “Donne di montagna”.
SALUTI ISTITUZIONALI
Saluti istituzionali del Presidente Lorenzo Gecele in rappresentanza dell’Ecomuseo del Tesino, terra di viaggiatori APS
Buongiorno,
è con grande piacere, e anche con una certa emozione, che a nome dell’Ecomuseo del Tesino, terra di viaggiatori vi do il benvenuto a questa giornata dedicata agli Ecomusei del Trentino.
Essere qui oggi, significa innanzitutto ritrovarsi. Ritrovarsi tra persone, territori, storie e comunità che, pur nella loro diversità, condividono una stessa idea: che il patrimonio non sia soltanto qualcosa da conservare, ma qualcosa da vivere, raccontare e trasmettere.
Un ecomuseo, infatti, non è semplicemente un museo senza pareti. È un territorio che prende coscienza della propria storia, dei propri paesaggi, delle proprie tradizioni e delle persone che lo hanno abitato e che ancora oggi lo costruiscono giorno dopo giorno.
E proprio per questo siamo particolarmente felici di ospitare questo evento in Tesino.
Il Tesino è da sempre una terra di passaggio, di partenze e di ritorni. È una terra che ha conosciuto il viaggio non soltanto come spostamento geografico, ma come esperienza umana: partire per cercare fortuna, conoscere altri luoghi e altri popoli, portare con sé saperi e mestieri e, spesso, tornare con qualcosa di nuovo da condividere con la propria comunità.
La figura del viaggiatore, quindi, appartiene profondamente alla nostra identità.
Ma oggi vorrei provare a considerare anche noi, in qualche modo, come viaggiatori.
Viaggiatori dentro i nostri territori.
Viaggiatori nella memoria delle nostre comunità.
Viaggiatori tra passato e futuro.
E mettersi in cammino, porre domande, ascoltare le generazioni che ci hanno preceduto e, allo stesso tempo, chiederci quale territorio vogliamo lasciare a quelle che verranno.
Ed è proprio qui che credo risieda la forza degli Ecomusei del Trentino: nella capacità di fare rete.
Ognuno portando la propria storia, le proprie peculiarità, i propri paesaggi e le proprie comunità.
Una rete fatta di persone che condividono idee, progetti, difficoltà, entusiasmo e, soprattutto, la responsabilità di prendersi cura dei luoghi in cui vivono.
Questa giornata vuole essere dunque una festa, ma anche un’occasione per incontrarci, conoscerci meglio e continuare a costruire insieme.
Un grazie particolare va a tutte le persone che rendono possibile il lavoro degli ecomusei: ai volontari, agli amministratori, agli operatori, alle associazioni, e a tutti coloro che dedicano tempo ed energie alla valorizzazione del proprio territorio.
Ma soprattutto grazie a voi, che oggi siete qui.
Perché un ecomuseo vive davvero soltanto quando le persone lo sentono proprio.
Concludo tornando idealmente alla parola che identifica il nostro Ecomuseo: viaggiatori.
Vi auguro che questa giornata possa essere un viaggio.
Un viaggio tra territori e storie diverse, ma anche un viaggio fatto di incontri, di nuove idee e di relazioni.
E che, al termine di questa giornata, ciascuno possa tornare a casa portando con sé qualcosa: una storia, un sorriso, una nuova conoscenza, un’idea da realizzare.
Perché il viaggio più bello, in fondo, è quello che ci permette di partire da ciò che siamo e di tornare un po’ diversi.
Benvenuti in Tesino e benvenuti alla Festa degli Ecomusei del Trentino 2026.
Buona giornata e buon viaggio a tutti!
Saluti istituzionali del Presidente Alessandro de Bertolini in rappresentanza della Rete degli Ecomusei del Trentino
Nel suo intervento introduttivo, il Presidente de Bertolini ha sottolineato il ruolo straordinario degli Ecomusei come realtà profondamente radicate nel territorio, capaci di entrare in relazione quotidiana con le comunità e di interpretarne la storia, la geografia, l’antropologia e, soprattutto, il paesaggio culturale: non semplicemente uno scenario naturale da osservare, ma il risultato dell’interazione secolare tra l’uomo e l’ambiente. Una sorta di libro aperto, ricco di segni, testimonianze e stratificazioni storiche, attraverso il quale possiamo comprendere l’identità delle comunità e il loro rapporto con il territorio.
Richiamando il pensiero dello storico Fernand Braudel e gli studi sull’evoluzione del rapporto tra uomo e natura, de Bertolini ha evidenziato come le Alpi rappresentino un patrimonio straordinario non soltanto di biodiversità, ma anche di “etnodiversità”, ovvero di culture, tradizioni e saperi sviluppati nel corso dei secoli attraverso l’adattamento alle condizioni ambientali.
Uno dei passaggi centrali dell’intervento ha riguardato il significato stesso della montagna. Oggi, infatti, questa parola racchiude visioni e aspettative differenti: la montagna del turista, alla ricerca del panorama; quella dell’alpinista, orientato alla conquista della vetta; quella dell’abitante e dell’alpigiano, che la vive quotidianamente e deve trovare le condizioni per abitarla e lavorarvi durante tutto l’anno.
Queste diverse prospettive rischiano di generare incomprensioni quando si affrontano le politiche territoriali e si progettano modelli di sviluppo sostenibile. Da qui nasce la necessità di recuperare un linguaggio comune e una maggiore consapevolezza del significato della montagna.
Il Presidente de Bertolini ha quindi attribuito agli Ecomusei una vera e propria funzione civica ed educativa: non soltanto conservare e valorizzare il patrimonio locale, ma contribuire a una sorta di rialfabetizzazione territoriale, aiutando le persone a comprendere il paesaggio, a riconoscerne i valori e a riscoprire il senso di appartenenza alla propria comunità.
Saluti istituzionali del Presidente Ezio Amistadi in rappresentanza del METS (Museo etnografico trentino di San Michele)
Nel suo intervento di saluto e introduzione alla tavola rotonda, il Presidente del Museo Etnografico di San Michele, Ezio Amistadi, ha espresso soddisfazione per il percorso di collaborazione avviato nel 2025 tra METS e Rete degli Ecomusei del Trentino, sottolineando l’importanza dell’accordo siglato nel marzo dello stesso anno, che ha consentito di rafforzare le sinergie e avviare nuove prospettive di lavoro condiviso. In questo contesto, Amistadi, ha ricordato il ruolo del METS, al quale è stato affidato dalla Provincia il compito di coordinamento scientifico e di supervisione dei progetti ecomuseali, evidenziando come tale incarico sia il risultato concreto della collaborazione istituzionale raggiunta.
È quindi stato annunciato con particolare entusiasmo un importante progetto congiunto previsto per il prossimo anno sul tema del “contrabbando”. Iniziativa questa che intende approfondire un capitolo poco conosciuto della storia del territorio, dedicando attenzione al fenomeno del contrabbando e alla circolazione transfrontaliera di prodotti come grappa, vino e tabacco, nonché alle vicende umane, sociali ed economiche delle comunità che vivevano lungo i confini.
In conclusione, il Presidente Amistadi ha voluto ribadire il valore della collaborazione tra musei, Ecomusei e istituzioni culturali, riconoscendo nella partecipazione della comunità e nella condivisione delle competenze strumenti fondamentali per la valorizzazione del patrimonio storico, culturale e identitario dei territori.
Saluti istituzionali del Sindaco di Pieve Tesino Oscar Nervo in rappresentanza dei tre Comuni del Tesino
Nel suo intervento di saluto, il Sindaco Oscar Nervo, anche a nome degli altri Comuni del Tesino presenti, ha espresso il piacere di accogliere i partecipanti alla conferenza, sottolineando l’importanza dell’incontro e della collaborazione con la Rete degli Ecomusei.
Il valore di tali associazioni risiede proprio nella capacità di far conoscere e raccontare il territorio in modo diverso rispetto ai musei tradizionali: attraverso percorsi, visite, testimonianze e narrazioni che collegano la storia del passato alla realtà contemporanea, restituendo significato ai luoghi e alle vicende delle comunità.
Il Sindaco dopo aver sottolineato quanto sia prezioso il lavoro svolto dall’Ecomuseo del Tesino e quanto sia importante il sostegno delle amministrazioni comunali, anche attraverso la partecipazione dei cittadini e il supporto ai progetti che vengono proposti e realizzati, ha ribadito che il lavoro degli Ecomusei, spesso poco conosciuto da chi non vi partecipa direttamente, richiede un impegno costante e merita di essere sostenuto proprio per la sua capacità di raccontare il territorio valorizzandone il patrimonio culturale e identitario.
In conclusione, ha rivolto un ringraziamento particolare al Presidente dell’Ecomuseo del Tesino Lorenzo Gecele, ricordandone il pluriennale impegno alla guida del museo e riconoscendo il contributo suo e del gruppo di collaboratori alla crescita e alla visibilità dell’associazione.
TAVOLA ROTONDA: DONNE DI MONTAGNA
RELAZIONE “DONNE TESINE” – DOTT.SSA ELDA FIETTA
L’intervento ripercorre la storia delle donne della Valle del Tesino, mettendo in luce il loro ruolo fondamentale nella vita economica, sociale e familiare della comunità, dal passato fino al Novecento.
Una valle isolata e una vita di sacrifici
Le donne tesine rimasero confinate nella loro piccola valle e sconosciute al mondo molto a lungo. Nel passato, il Tesino era una conca quasi isolata perché le vie di accesso erano poco praticabili. Appena nel 1844 venne costruita una strada che la mise più facilmente in contatto con la Valsugana.
Dalla valle però gli uomini uscivano da molto tempo e, contrariamente alle donne, erano ben conosciuti perché non potevano passare inosservati quando scendevano in Valsugana lungo i tratturi tracciati nei secoli dai loro greggi e si diramavano nelle pianure dell’Italia settentrionale per svernare, dal Friuli al Piemonte, passando per la Toscana. Erano infatti pastori, perchè sui monti del Tesino, in alta quota, c’erano grandi distese di pascoli su cui, dice un antico manoscritto, arrivavano a pascolare talora 90.000 pecore.
A quota più bassa, invece, il suolo coltivabile era limitato e scarsamente fertile, il clima poco favorevole: pochissimi erano i mesi di autosufficienza alimentare. Per il resto dell’anno il cibo bisognava cercarlo altrove e spesso comperarlo; si doveva perciò uscire dalla valle con un’attività che permettesse di sostenere uno scambio economico. E questo fecero gli uomini tesini per secoli con i greggi di pecore, poi con le mercanzie da vendere.
Documenti relativi ai primi decenni del 1600 attestano che oltre il 65% degli uomini in età lavorativa fossero per gran parte dell’anno assenti dalle proprie case, con punte del 90 % nel periodo invernale. Confrontando poi il Tesino con un paese confinante situato in Valsugana, Grigno, emerge la diversità di questa valle: gli uomini che lavoravano la campagna in Tesino erano il 20%, mentre a Grigno il 62%.
Le donne: il sostegno indispensabile della famiglia
La diversità del Tesino determinò anche la diversità delle vite delle donne tesine, alle quali toccò in sorte sobbarcarsi tutte le attività che la lunga assenza degli uomini faceva ricadere sulle loro spalle, cioè tutti gli oneri inerenti la gestione del nucleo familiare e soprattutto l’agricoltura, fondamentale per la sopravvivenza: campi, orti, prati, stalla e tutte le altre attività tipiche di una società contadina.
Si instaurò così dai tempi della pastorizia una netta divisione di ruoli fra uomini e donne destinata a durare molto a lungo. Ma poco si sapeva di quelle delle donne. Solo negli anni che vanno dal 1835 al 1855, Francesco Lunelli, professore di liceo, riallacciandosi a precedenti indagini promosse nel periodo dell’amministrazione napoleonica a inizio secolo, organizzò quella che fu la prima vera inchiesta fatta nel Trentino sugli usi e le credenze locali, che riguardò anche il Tesino, affidandola a uomini di cultura del tempo (Strobele, Ambrosi…).
E questi uomini di cultura, giunti in Tesino, scoprirono con grande stupore le donne tesine chine nei campi e con abiti molto diversi da quelli in uso nelle zone circostanti (il che si spiega facilmente col lungo isolamento in cui le tesine erano vissute). Contestualmente venne messa in evidenza un’altra caratteristica culturale tesina relativa, questa volta, agli uomini e al loro particolare mestiere, che ormai non era più quello dei pastori, o lo era molto meno: a quel tempo i tesini erano divenuti commercianti ambulanti.
Questa nuova attività era cominciata all’inizio del ‘600 quando una famiglia tesina aveva avviato un’attività estrattiva di pietre focaie da depositi di calcare presenti in valle e con queste era stato organizzato un commercio di pietre da archibugio, che all’epoca non poteva essere che ambulante: le pietre bisognava portarle ai possibili acquirenti e andarli a cercare anche molto lontano; le cronache parlano di Italia, Germania, Polonia, Ungheria. Inizia così l’attività mercantile dei tesini che li accompagnerà, in forme diverse, fin quasi ai giorni nostri.
Poco o niente sappiamo della vita delle donne in questo periodo, ma anche le vendite ambulanti prevedevano comunque lunghe assenze degli uomini dalla valle, date le grandi distanze dei loro viaggi e quindi nulla cambiava nella vita quotidiana delle tesine.
Quando alla fine di quel secolo venne meno il traffico di pietre focaie, i tesini iniziarono a diffondere le stampe prodotte dai Remondini di Bassano del Grappa, una dinastia di 5 stampatori ed editori attivi fra il 1650 e il 1861 in quella città. Ancora una volta la maggioranza degli uomini lascia la valle per molti mesi: sono ambulanti stagionali che partono quando è finito il raccolto e tornano in primavera soprattutto per la fienagione e poi per il taglio della legna per i lunghi inverni. Gli orti e i campi restano compito femminile. Quando i viaggi degli ambulanti li porteranno sempre più lontano, e cioè in tutta l’Europa, anche le loro assenze saranno più lunghe, dureranno a volte anni e il carico di lavoro per le donne aumenterà.
Nasce così l’icona della donna tesina contadina conosciuta nella letteratura e da chi incomincia ad avventurarsi nella valle di Tesino. Forte, robusta e molto laboriosa, instancabile, che non conosce distinzione fra i lavori maschili e quelli femminili, che può portare sulla schiena reti di fieno, trascinare o spingere pesanti carretti; viene vista con un misto di stupore e ammirazione.
Le donne e il commercio: assenze, debiti e incertezze
Al tempo dei Remondini viene prodotta una gran mole di documentazione relativa ai rapporti commerciali fra tesini e Remondini, nei quali vengono coinvolte anche le donne.
Gli ambulanti quasi sempre ricevevano a credito il carico di stampe da vendere che avrebbero ripagato al Remondini di turno al loro ritorno. Questo rapporto non si basava però sulla fiducia e non si sanciva con una semplice stretta di mano: tutto era regolato da documenti notarili, che prevedevano anche l’eventualità che il debito non fosse pagato e si cautelavano.
L’intervento delle donne era spesso fondamentale per rassicurare gli stampatori nei loro prestiti di merci o di denaro. Il sostegno femminile poteva giungere attraverso l’obbligazione della dote, di beni immobili o anche nello svolgere qualche attività lavorativa.
Che i debiti non potessero essere pagati poteva succedere per molti motivi: cattivi affari, malattie, disgrazie di vario genere, furti subiti, a volte leggerezza nel gestire il commercio; non ultima la morte. La morte fu un timore che accompagnò costantemente gli ambulanti (non per nulla usavano fare testamento prima di partire), ma non fu diversamente per le donne. Quando la campana suonava a morto, ogni donna tesina si domandava se fosse per lei. Teresa Avanzo, madre di cinque figli divenuti importanti negozianti in Russia, sopravvisse a tutti i loro, morti chi sulla via del ritorno, chi nella lontana Russia. Ma forse peggio della morte era il silenzio: non saper più nulla del marito, o del figlio, o di un fratello.
Nei documenti troviamo perciò donne che implorano il signor Remondini di attendere la stagione del ritorno degli ambulanti prima di confiscare i beni del marito debitore e per ottenere questa concessione ipotecano la loro dote, un bene per loro inestimabile. Altre che chiedono al Giudizio distrettuale di accertare se il marito sia morto o no a Costantinopoli verso cui si era avviato dieci anni prima. Altre ancora che rivolgono suppliche alle autorità per ottenere un passaporto per i figli e offrono opportune garanzie che quelli in età vicina alla coscrizione si presenteranno per compiere il servizio militare, salvo trovare un sostituto a proprie spese.
Queste erano le vicende di cui era intessuta la vita di molte donne tesine, frequentissima quella di non vedere più tornare i loro uomini, per molti diversi motivi. Eppure il matrimonio con un girovago era ambito: tanto grande era il potere della moneta sonante che portavano al loro ritorno, e grande anche il fascino di questi giramondo che tornavano a casa ben vestiti, che portavano con sé una parte del mondo che avevano girato e che le donne non avevano mai visto, e che nella cassela delle stampe avevano regali anche per loro.
Il costume tesino: identità, ricchezza e prestigio
Il costume tesino delle donne, quello festivo, già notato dai primi visitatori della valle per la sua diversità, col tempo si aggiorna e si modifica, si arricchisce con capi in seta (gli scialli, i grembiali, i nastri), che sono simboli di ricchezza e sono esclusivi perché provengono dall’estero grazie ai corredi che gli uomini portano dalle terre lontane che hanno visitato o in cui risiedono.
Le donne indossano i capi più belli solo quando il marito è in patria ed esibiscono un costume completo di ogni dettaglio soprattutto nelle festività religiose, in occasione delle quali sfilano, come in una passerella, verso la chiesa parrocchiale per la messa grande. È il giorno del loro riscatto, dopo una settimana passata al lavoro. Ma la ricchezza dell’abito femminile nasce grazie a doni non sempre o non solo dettati dall’affetto per la propria donna; spesso serve a rispecchiare la fortuna e l’agiatezza dell’uomo e rientra nella logica dell’apparire, tipica in molte società plasmate dall’emigrazione.
In tanti ormai, nel corso dell’Ottocento, scrivono sul costume tesino (Gambillo, Battisti, Fietta Chioli) mettendo in luce la particolare e singolare foggia dell’abito femminile e ricordando che il momento migliore per osservare i bei vestiti delle Tesine è il giorno della sagra di Pieve, il 15 agosto. Diventa quasi un passa parola: i forestieri salgono in Tesino proprio per ammirare donne e costumi, e la donna in costume diventa soggetto di cartoline, entra in volumi che parlano di folklore e in una serie di litografie. La donna nel suo costume festivo diventa la nuova icona della donna tesina.
Che cosa c’è di particolare nel costume femminile tesino? Per cominciare la sua unicità, già sottolineata da Gambillo (è diverso da tutti gli altri dell’arco alpino), poi la sua ricchezza di dettagli preziosi, il fatto che fu indossato a lungo, mentre nei territori circostanti l’abito tradizionale era stato dismesso da tempo.
Scrive Ermanno Pasqualini: “Già nel 1840 un costume completo con i piroli d’oro [gli orecchini], con file e file di preziosi cristalli di granato, costava circa 150 fiorini. Tenuto conto di quanto allora si poteva acquistare con un fiorino, equivarrebbero a ben 500.000 lire del 1969”. Certo, questo era il vestito indossato dalle donne delle famiglie abbienti, mogli e figlie di ricchi commercianti e di proprietari di prestigiosi negozi. A fine ‘800 40 famiglie di Pieve potevano vivere di rendita. In tono minore, anche le altre donne indossavano comunque un costume completo, ma c’era anche chi non poteva permetterselo.
Le donne delle famiglie emergenti pagarono però la loro agiatezza con matrimoni combinati spesso con uomini molto più anziani, assenti a volte per anni, di ritorno in paese per mettere al mondo altri figli che le donne avrebbero cresciuto da sole, i quali figli, appena usciti dalla fanciullezza, avrebbero seguito il padre nelle città dove avevano sede i negozi e là sarebbero rimasti. Tutto questo nella logica di alleanze matrimoniali fra famiglie di mercanti.
La Prima Guerra Mondiale e la fine di un’epoca
Questo periodo di ricchezza, di cui anche i costumi furono simbolo e ostentazione, era destinato a crollare miseramente con la Prima Guerra Mondiale, che in Tesino cominciò nel 1914, in quanto territorio dell’Impero austro-ungarico. Il disastro avvenne nel 1916, quando iniziò la Strafexpedition, la grande offensiva dell’esercito austro-ungarico contro gli italiani.
Il 26 maggio di quell’anno gli abitanti del tesino ricevettero l’ordine di evacuare la valle nel giro di 48 ore: dovevano abbandonare le loro case portando con sé solo poche cose. Fu un esodo epocale per la valle e furono le donne a doverlo gestire, perché gli uomini già da due anni combattevano in Galizia e quelli rimasti erano per lo più anziani. Nel caos indescrivibile, in preda all’angoscia, esse dovettero prendere decisioni difficilissime, che coinvolsero anche i loro vestiti. In quel frangente, molte indossarono il loro unico vestito da festa, che era la loro ricchezza personale, altre scelsero invece di indossare quanta più biancheria possibile, e di cercare un nascondiglio per il vestito bello sperando di ritrovarlo al ritorno.
Tutti i profughi si avviarono a piedi sulla lunga strada del Murello che li portava in Valsugana sotto la pioggia battente, le donne impacciate dai loro vestiti inzuppati e divenuti pesantissimi, i bei dappè rossi e gialli trascinati nel fango…Tornarono dopo tre anni e non trovarono più nulla perché solo dieci giorni dopo la loro partenza le artiglierie austriache avevano causato la distruzione dell’80% delle case di Castello Tesino e l’incendio di ogni cosa: tutto era andato perduto. Le donne non riuscirono a salvare quell’unica fonte di orgoglio. Quelle che erano partite col vestito bello lo indossarono anche nel periodo in cui, da profughe (2157 furono i profughi), furono disperse in tutta Italia, Sicilia compresa.
In questo modo lo salvarono; ma a volte quel costume fu oggetto di disprezzo e derisione e si abituarono a non portarlo. Solo poche al ritorno lo indossarono ancora, nella sua forma più semplice e dimesso. Ciò nonostante le donne tesine erano uscite dalla loro valle e, seppur nel modo più drammatico, si erano misurate con un altro mondo, che fu per molte anche fonte di crescita e di un modo diverso di vivere; le tesine entravano infine nella modernità.
Conclusioni
L’intervento restituisce visibilità a una parte importante della storia del Tesino, spesso rimasta sullo sfondo rispetto alle vicende degli uomini e dei mercanti che viaggiavano per il mondo. Le donne tesine furono molto più che mogli e madri in attesa del ritorno dei propri familiari: furono lavoratrici instancabili, amministratrici delle risorse domestiche, custodi delle tradizioni e protagoniste silenziose della sopravvivenza economica e culturale della comunità. La loro storia è una storia di fatica, solitudine e sacrificio, ma anche di competenza, determinazione e dignità. Ricordarle significa riconoscere il contributo essenziale che hanno dato alla costruzione dell’identità tesina e alla continuità della sua comunità nel corso dei secoli.
RELAZIONE “DONNE IN CAMMINO, PICCOLE STORIE DI AMBULANTATO FEMMINILE” – DOTT.SSA ROSANNA CAVALLINI
L’intervento racconta la storia delle donne che, nel corso dei secoli, hanno intrapreso viaggi e percorsi di lavoro lontano dai propri luoghi d’origine, spinte dalla necessità economica, dal desiderio di migliorare le condizioni di vita della famiglia e, talvolta, dalla volontà di conquistare una maggiore autonomia. La relatrice ricostruisce queste vicende attraverso testimonianze, fotografie, ricordi personali e racconti tramandati dalle famiglie, dando voce a donne che spesso sono rimaste ai margini della storia ufficiale.
Le merciaie e le venditrici ambulanti
Una parte importante dell’intervento è dedicata alle donne che praticavano il commercio ambulante, trasportando sulle spalle ceste, fagotti e cassette contenenti merci di vario genere: tessuti, ricami, indumenti e altri prodotti artigianali. Queste donne percorrevano lunghe distanze, raggiungevano mercati e paesi anche lontani e potevano restare fuori casa per giorni o settimane. Tra gli esempi ricordati vi sono le venditrici provenienti da Lamon e dal Tesino, che si spostavano in corriera per raggiungere le località in cui vendevano i propri prodotti.
L’aspetto più significativo non riguarda soltanto la loro fatica, ma anche la capacità di organizzarsi autonomamente. Quando gli uomini erano lontani, impegnati nel commercio o coinvolti nei conflitti, erano spesso le donne a decidere chi dovesse partire e chi rimanere a casa a occuparsi degli anziani e dei bambini.
Si sviluppava così una rete femminile basata sulla collaborazione, sulla conoscenza dei percorsi e dei mercati e sulla solidarietà reciproca. Le venditrici erano, inoltre, accolte spesso con maggiore fiducia dalle altre donne, con le quali condividevano notizie, esperienze familiari e momenti di vicinanza umana.
Le “ciode”: donne al lavoro nelle campagne
Un altro capitolo importante riguarda le ciode, giovani donne provenienti dal territorio di Feltre che scendevano a Trento per lavorare nei campi. Erano lavoratrici robuste e resistenti, impegnate in mansioni pesanti, talvolta tipicamente maschili, per compensi modesti. Venivano reclutate nei luoghi di incontro cittadini, dove i proprietari terrieri sceglievano le lavoratrici in base alla loro forza fisica e alla precedente esperienza. Le loro condizioni erano spesso precarie: i rapporti di lavoro venivano stabiliti verbalmente, molte di loro erano spesso analfabete o semianalfabete e mancavano luoghi adeguati in cui ricevere assistenza, conservare i propri risparmi o comunicare con le famiglie.
Nel 1908 venne aperto a Trento un ufficio del lavoro che rappresentò un importante passo avanti. Le lavoratrici poterono finalmente contare su contratti scritti, servizi di supporto e uno spazio in cui incontrarsi durante i pochi giorni di riposo. La loro esperienza evidenzia, tuttavia, anche le difficoltà incontrate dalle donne che lasciavano il proprio paese per lavorare: diffidenza sociale, pregiudizi morali, sfruttamento e molestie.
Le balie: il lavoro del latte e degli affetti
L’intervento approfondisce poi la figura delle balie, donne che, dopo aver partorito, lasciavano temporaneamente i propri figli per allattare e accudire i bambini delle famiglie benestanti. Questo lavoro era particolarmente richiesto e poteva garantire guadagni relativamente buoni. La scelta delle balie avveniva spesso attraverso medici e levatrici, che valutavano le condizioni di salute delle donne e la loro disponibilità.
La decisione comportava però un sacrificio profondo: le balie dovevano affidare i propri figli a parenti o ad altre donne per raggiungere le famiglie che le assumevano. Il loro ruolo non si limitava all’allattamento. Esse diventavano spesso figure affettive fondamentali, trasmettendo ai bambini racconti, fiabe, canti e tradizioni popolari. Si creavano legami duraturi, talvolta così intensi che le balie continuavano a mantenere rapporti con i figli di latte anche dopo la fine dell’allattamento. Il lavoro veniva talvolta ricompensato, oltre che con denaro, con abiti e oggetti preziosi, alcuni dei quali sono documentati nelle cartoline e nelle fotografie d’epoca.
Le portatrici e le altre donne in movimento
La relatrice ricorda inoltre le donne impegnate nel trasporto di merci e rifornimenti, anche in contesti difficili come quelli legati alla guerra. Queste lavoratrici affrontavano percorsi impegnativi, trasportando pesi considerevoli e utilizzando calzature artigianali realizzate con tessuti di recupero, robuste e adatte a camminare su terreni difficili.
Viene ricordata anche la tradizione delle venditrici ambulanti che bussavano direttamente alle porte delle abitazioni. Attraverso un ricordo personale, la relatrice sottolinea l’importanza del rispetto verso queste donne: dietro ogni vendita c’erano fatica, necessità economiche e il coraggio di esporsi al rischio del rifiuto. Sono storie che mostrano come il lavoro femminile ambulante non fosse soltanto un’attività commerciale, ma una vera strategia di sopravvivenza e di sostegno familiare.
Rosa: il coraggio di cambiare una tradizione
Tra i racconti più significativi emerge quello di Rosa, una giovane donna proveniente da un maso della zona di Moena. Rosa desiderava ardentemente possedere degli orecchini, ma la tradizione prevedeva che i gioielli fossero ricevuti dalla famiglia oppure donati dal futuro marito. Lei, invece, decise di conquistarli con il proprio lavoro. Raccolse per tre giorni mirtilli rossi, li portò a vendere a Trento e con il ricavato acquistò gli orecchini tanto desiderati. Dopo averli provati e ammirati allo specchio, li ripose in una scatolina e tornò a casa.
Il valore di questa vicenda va oltre l’acquisto di un oggetto prezioso: Rosa dimostra di saper organizzare il proprio lavoro, conoscere il mercato e decidere autonomamente come utilizzare il denaro guadagnato. Il suo gesto rappresenta una piccola, ma significativa conquista di libertà personale, perché rompe una consuetudine e afferma il diritto di una donna a scegliere per sé.
Conclusioni
L’intervento restituisce dignità e visibilità a tante donne che, pur avendo contribuito in maniera determinante all’economia delle proprie famiglie e delle comunità, hanno lasciato poche tracce documentarie. Merciaie, lavoratrici agricole, balie e portatrici condividono una storia fatta di fatica, spostamenti, sacrifici e spesso di scarsa tutela. Ma le loro vicende rivelano anche capacità organizzativa, intraprendenza, solidarietà e desiderio di autonomia.
Attraverso queste piccole storie, la relatrice mostra come il cammino delle donne non sia stato soltanto uno spostamento geografico, ma anche un percorso di emancipazione, di conquista di spazi personali e di trasformazione delle tradizioni. Ricostruire queste storie significa riconoscere il contributo delle donne alla società e comprendere come, anche attraverso gesti quotidiani e apparentemente marginali, esse abbiano saputo costruire nuove possibilità per sé e per le generazioni successive.
RELAZIONE “MAI CON LE MANI IN MANO. LA CONDIZIONE DELLA DONNA NEL TRENTINO DELL’OTTOCENTO E IL RUOLO DELL’INDUSTRIA DOMESTICA FEMMINILE – DOTT.SSA IRENE FRATTON
L’intervento analizza la condizione delle donne nel Trentino della seconda metà dell’Ottocento, quando il territorio faceva parte dell’Impero austro-ungarico, in un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali. Al centro della relazione vi è il rapporto tra lavoro femminile, povertà, emigrazione e politiche pubbliche, con particolare attenzione alla nascita e allo sviluppo dell’industria domestica femminile.
Il Trentino dell’Ottocento: crisi economica ed emigrazione
Nella seconda metà dell’Ottocento il Trentino attraversò una fase di notevole difficoltà. La crisi agricola, le malattie che colpirono le coltivazioni, le difficoltà dell’industria manifatturiera e le alluvioni contribuirono a peggiorare le condizioni di vita delle fasce più povere della popolazione, soprattutto nelle comunità rurali e montane. Per molte famiglie l’emigrazione rappresentò una necessità: gli uomini partivano per cercare lavoro, sia stagionalmente sia in modo permanente, anche verso le Americhe. Sebbene il fenomeno riguardasse prevalentemente la popolazione maschile, anche le donne partecipavano sempre più frequentemente agli spostamenti migratori.
La partenza degli uomini comportava però un cambiamento profondo nell’organizzazione familiare. Le donne rimaste in paese dovevano assumersi responsabilità sempre maggiori: gestivano i masi, amministravano le risorse economiche, prendevano decisioni relative ai terreni, lavoravano nei campi e si occupavano della casa, dei figli e degli anziani. Una realtà che dimostra come, nonostante una società caratterizzata da ruoli di genere rigidi, le necessità economiche potessero modificare concretamente la divisione tradizionale dei compiti.
Il valore del lavoro femminile: “mai con le mani in mano”
Nella società contadina il lavoro era considerato non soltanto una necessità economica, ma anche un valore morale. Alle donne veniva insegnato fin dall’infanzia a essere laboriose e a sviluppare abilità utili alla famiglia. Ricamo, maglia, uncinetto e lavorazione dei tessuti rappresentavano attività importanti, trasmesse all’interno delle famiglie e insegnate anche nelle scuole. L’espressione “mai con le mani in mano” sintetizza efficacemente questa concezione: le donne dovevano mantenersi continuamente occupate, producendo beni utili alla famiglia e contribuendo, per quanto possibile, al suo sostentamento. In questo contesto, il lavoro femminile era strettamente legato alle responsabilità domestiche. Le autorità dell’epoca ritenevano infatti importante offrire alle donne opportunità di guadagno che consentissero loro di rimanere nel proprio ambiente familiare, senza abbandonare le attività di cura e il lavoro agricolo.
La nascita dell’industria domestica femminile
A partire dal 1874 furono promosse iniziative per sviluppare l’industria domestica femminile, con l’obiettivo di creare occasioni di lavoro e contrastare l’emigrazione delle giovani donne. Il sistema si basava sulla produzione di manufatti, soprattutto merletti, realizzati secondo disegni standardizzati e destinati a essere commercializzati anche sui mercati internazionali. Si trattava di un’organizzazione produttiva simile a quella industriale per quantità e uniformità dei prodotti, ma legata al lavoro manuale femminile.
In Trentino questa attività si sviluppò attraverso scuole professionali sostenute dallo Stato e dalle autorità locali, tra cui quelle di Proves, Malè, Fiemme, Fassa e Borgo, oltre ad altri centri del territorio. Queste istituzioni insegnavano alle ragazze le tecniche di lavorazione e organizzavano la produzione dei merletti, che venivano poi commercializzati attraverso strutture collegate agli istituti di riferimento. La produzione poteva raggiungere mercati lontani, anche internazionali. Un esempio citato nella relazione è la presenza di merletti realizzati dalla scuola di Predazzo all’Esposizione di Saint Louis, negli Stati Uniti, nel 1904.
Queste scuole rappresentavano quindi un tentativo di integrare le donne nel circuito economico, mantenendole però all’interno di un modello sociale che continuava ad attribuire loro la responsabilità principale della casa e della famiglia.
Le ragioni economiche e morali delle autorità
L’iniziativa delle scuole di industria domestica rispondeva a motivazioni diverse. Da un lato, le autorità dichiaravano di voler offrire alle ragazze un reddito e un’occupazione, evitando che fossero costrette a emigrare per cercare lavoro come operaie o domestiche. Dall’altro, emergeva una forte preoccupazione morale: la partenza delle giovani veniva spesso descritta come un rischio per la loro reputazione e per l’equilibrio delle famiglie.
L’emigrazione femminile era considerata particolarmente problematica perché poteva allontanare le donne dai genitori anziani, dai figli e dalle responsabilità domestiche. Inoltre, lo spopolamento delle comunità rurali preoccupava le autorità, interessate a preservare la stabilità sociale ed economica del territorio. Le scuole di merletto costituivano dunque uno strumento per offrire un’alternativa alla migrazione, ma anche per mantenere le donne all’interno dei ruoli tradizionali.
La distanza tra le intenzioni e la realtà
Uno degli aspetti più significativi della relazione riguarda la distanza tra gli obiettivi dichiarati e i risultati effettivi di queste iniziative.
Le lettere conservate negli archivi, scritte dalle maestre delle scuole, documentano numerose difficoltà. I pagamenti per i merletti prodotti arrivavano spesso in ritardo o non venivano corrisposti, lasciando le lavoratrici senza denaro nonostante mesi di impegno. Le testimonianze descrivono inoltre condizioni di lavoro difficili, con ambienti scolastici freddi e poco confortevoli.
La lavorazione dei merletti a fuselli richiedeva molte ore di attività manuale, ma i compensi erano spesso insufficienti rispetto al tempo e alla fatica necessari. Il sistema, quindi, non riuscì a garantire un sostegno economico realmente adeguato alle famiglie. Anche quando produceva manufatti destinati a mercati importanti, non assicurava alle lavoratrici un reddito stabile e proporzionato al lavoro svolto.
Queste testimonianze permettono di comprendere come le politiche pubbliche, pur presentate come strumenti di sostegno, fossero condizionate dalla volontà di preservare l’ordine sociale e la tradizionale organizzazione familiare.
Conclusioni
L’intervento mette in luce un aspetto fondamentale della storia delle donne nel Trentino dell’Ottocento: il loro lavoro era indispensabile per l’economia familiare e comunitaria, ma non sempre veniva riconosciuto attraverso una remunerazione adeguata o reali opportunità di emancipazione. L’industria domestica femminile rappresentò un tentativo di contrastare la povertà e l’emigrazione, offrendo alle ragazze occasioni di formazione e lavoro. Tuttavia, i guadagni limitati, i ritardi nei pagamenti e le difficili condizioni operative ne ridussero fortemente l’efficacia economica.
Il suo significato principale risiedeva quindi anche nella funzione sociale e simbolica: consentire alle donne di lavorare senza allontanarsi dalla casa, continuando a occuparsi dei figli, degli anziani, degli animali e dei campi.
La relazione invita a riflettere su una contraddizione ancora oggi significativa: il lavoro delle donne veniva considerato indispensabile, ma la loro autonomia economica e personale restava subordinata alle esigenze della famiglia e alle aspettative della società. Dietro il motto “mai con le mani in mano” si cela così una storia di operosità, sacrificio e capacità produttiva, ma anche di disuguaglianze e limitazioni che meritano di essere riconosciute e approfondite.
SULL’ESPERIENZA DEL MUSEO ETNOGRAFICO “LA DONNA DE STI ANI” A LASINO, IN COLLABORAZIONE CON L’ASSOCIAZIONE CULTURALE RETROSPETTIVE E L’ECOMUSEO VALLE DEI LAGHI – LA FONDATRICE TIZIANA CHEMOTTI E LA RICECATRICE ROSETTA MARGONI
L’intervento presenta il progetto di un piccolo museo etnografico dedicato alla vita quotidiana delle donne nella società contadina trentina della prima metà del Novecento, attraverso la ricostruzione degli ambienti domestici, l’esposizione di oggetti tradizionali e la valorizzazione delle testimonianze e delle usanze del passato.
La casa contadina e le condizioni di vita
Il museo ricostruisce in particolare due ambienti fondamentali della casa tradizionale: la cucina e la camera da letto. La cucina era generalmente povera, con arredi essenziali, un focolare aperto che rendeva difficile la gestione del fumo e un lavandino in pietra la cui struttura variava in base alle possibilità economiche della famiglia. L’introduzione della cucina economica, collegata alla canna fumaria, migliorò progressivamente le condizioni di lavoro domestico. Le abitazioni erano spesso fredde, umide e prive di acqua corrente e illuminazione. La vita quotidiana richiedeva quindi grande capacità di adattamento e un impegno costante per garantire il funzionamento della casa e il benessere della famiglia.
La struttura familiare era generalmente patriarcale, ma anche all’interno della casa esistevano gerarchie precise: la cucina era spesso governata dalla suocera, mentre la giovane sposa disponeva di maggiore libertà nell’organizzazione della propria camera.
Il lavoro femminile: una presenza continua e indispensabile
Il tema centrale dell’intervento è il lavoro incessante delle donne in quanto le attività femminili non si limitavano alle faccende domestiche, ma comprendevano numerosi compiti indispensabili all’economia familiare:
- Lavori domestici: preparazione dei pasti, impasto del pane, preparazione delle tagliatelle, cucito, rammendo, stiratura e lavaggio della biancheria.
- Produzione tessile: filatura della lana, lavorazione a maglia e confezione degli indumenti per tutta la famiglia.
- Attività agricole: partecipazione alla semina, alla vendemmia, alla raccolta dei prodotti e ai lavori nei prati e sui monti.
- Allevamento e cura degli animali: gestione del bestiame, allevamento degli animali da cortile e raccolta di foraggio e fogliame per nutrire gli animali durante l’inverno.
- Conservazione delle risorse: raccolta e conservazione dei prodotti agricoli per affrontare i mesi più difficili.
Un ruolo importante era svolto anche dall’allevamento del baco da seta, che rappresentava una fonte di reddito significativa per molte famiglie. Le donne contribuivano inoltre all’economia domestica attraverso piccoli scambi e baratti di uova, galline e conigli, riuscendo talvolta a procurarsi qualche guadagno senza dover chiedere denaro al marito.
La trasmissione delle competenze femminili
Le abilità domestiche venivano insegnate fin dall’infanzia, sia all’interno delle famiglie sia a scuola. Cucire, lavorare a maglia, lavare e stirare erano considerate competenze fondamentali per preparare le bambine al futuro ruolo di mogli e madri. Questa educazione contribuiva a consolidare una divisione dei ruoli molto rigida, nella quale il valore della donna veniva spesso misurato attraverso la sua capacità di lavorare, risparmiare e prendersi cura degli altri. Anche le tradizioni alimentari avevano un significato sociale: saper preparare il pane, le tagliatelle e gli altri alimenti quotidiani era considerato un requisito essenziale per una buona moglie.
La subordinazione sociale ed economica delle donne
L’intervento sottolinea come le donne avessero generalmente scarsa autonomia economica e decisionale. La loro vita era condizionata dalle figure maschili della famiglia, prima il padre e i fratelli, poi il marito e, in alcuni casi, persino i figli. Le decisioni relative al patrimonio e agli affari familiari spettavano prevalentemente agli uomini, mentre alle donne erano affidati soprattutto il lavoro domestico, la cura dei figli e il sostegno all’economia contadina.
La nascita di una bambina poteva essere percepita negativamente perché, diversamente da un maschio, destinato a diventare una risorsa per il lavoro agricolo, era considerata una bocca in più da sfamare. Durante l’adolescenza, molte ragazze lasciavano il paese per lavorare come domestiche presso famiglie benestanti, anche in città lontane come Trento, Milano, Genova e Roma.
Particolarmente difficile era la condizione delle vedove, che potevano perdere sicurezza economica e autorevolezza sociale ed essere costrette a cercare lavoro presso altre famiglie. Anche la vecchiaia femminile comportava spesso una perdita di autonomia e riconoscimento, a differenza di quella maschile, che tendeva a conservare maggiore prestigio.
La fatica delle donne di montagna
Un aspetto significativo riguarda il lavoro svolto fuori casa, soprattutto nei territori montani. Le donne partecipavano alla fienagione, salivano sui pendii del Bondone e affrontavano percorsi difficili per raggiungere i luoghi di lavoro. Le giornate potevano iniziare nelle prime ore del mattino e proseguire a lungo, senza condizioni adeguate di riposo e senza servizi essenziali. La fatica fisica si sommava alle responsabilità domestiche, che non venivano meno neppure durante i periodi di maggiore impegno agricolo.
Il tempo libero era estremamente limitato. Uno dei pochi momenti di socialità era il filò, quando le famiglie si riunivano nelle stalle durante le sere invernali, dedicandosi ai lavori manuali e alla conversazione.
Le differenze sociali e i primi segnali di emancipazione
La relatrice evidenzia che la condizione femminile non era uniforme. Le donne delle famiglie contadine più povere affrontavano un carico di lavoro particolarmente pesante, mentre quelle appartenenti al ceto medio-borghese potevano godere di condizioni più agiate e di maggiori occasioni di socialità. In questi ambienti si svilupparono anche alcune iniziative culturali, come cori e compagnie filodrammatiche femminili, che rappresentavano piccoli passi verso una maggiore partecipazione alla vita pubblica.
Anche la cura dell’abbigliamento, il ricamo della biancheria e la personalizzazione dei capi attraverso monogrammi testimoniano l’attenzione dedicata alla famiglia e alle tradizioni, pur in un contesto caratterizzato da forti limitazioni all’autonomia femminile.
La religiosità e la preghiera costituivano inoltre un importante sostegno spirituale, soprattutto in un’epoca segnata da sacrifici, difficoltà economiche e due guerre mondiali.
Conclusioni
L’intervento restituisce un quadro della donna contadina trentina come figura fondamentale per la sopravvivenza e il funzionamento della famiglia e della comunità. Il suo contributo si estendeva dalla gestione della casa al lavoro agricolo, dalla produzione tessile alla cura degli animali, senza che a questa enorme quantità di responsabilità corrispondessero un’autonomia economica e un riconoscimento sociale adeguati.
Il museo si propone quindi non soltanto di conservare oggetti e ricostruire ambienti del passato, ma soprattutto di restituire visibilità al lavoro femminile, alla sua complessità e al suo valore storico, facendo comprendere quanto la società contadina si reggesse anche sul lavoro, spesso invisibile e dato per scontato, delle donne.
La memoria di queste esperienze permette di riflettere sui cambiamenti intervenuti nella condizione femminile e sull’importanza di riconoscere il lavoro domestico e di cura come una componente essenziale della storia economica e sociale del territorio.
La Tavola rotonda è poi proseguita con l’intervento da remoto dell’assessora Francesca Gerosa, che ha espresso la sua vicinanza e sostegno al lavoro degli Ecomusei, e la presentazione delle principali progettualità realizzate dalla Rete nell’ultimo anno, confermando l’importanza della collaborazione tra realtà culturali che condividono un obiettivo comune: mantenere vivo il legame tra le persone e il territorio.
Un pranzo in amicizia e nel pomeriggio, la memoria è uscita dalle sale del convegno per incontrare i luoghi che la custodiscono. Quattro itinerari hanno accompagnato i partecipanti alla scoperta delle ricchezze della Conca del Tesino: il Museo Tesino delle Stampe e dell’Ambulantato «Per Via» e il Museo Casa De Gasperi, entrambi a Pieve Tesino; il Museo del Moleta a Cinte Tesino; e la chiesetta dei Santi Ippolito e Cassiano a Castello Tesino. Quattro tappe diverse, unite dalla capacità di raccontare storie, mestieri, personaggi e tradizioni che hanno contribuito a dare forma all’identità locale.

