Non c’era niente, ma non mancava niente. C’era la libertà! Storia di una piccola comunità tra il Tesino e il Feltrino (Ricerca della Dott.ssa Maria Sordo)
“Non c’era niente, ma non mancava niente”. È una frase semplice, ma forse è il modo migliore per raccontare la Roa di un tempo. Non c’erano automobili, negozi moderni, grandi strade o servizi facilmente raggiungibili. Eppure, c’erano una scuola, una bottega, un forno, l’ufficio postale – con il proprio timbro! – alcune osterie, la chiesa, stalle, prati e boschi, ma soprattutto c’era una comunità.
La Roa non era un luogo vuoto, abbandonato a sé stesso, né semplicemente una frazione isolata. Era un piccolo mondo organizzato secondo ritmi propri, collegato a Castello Tesino, a Lamon e al Feltrino attraverso sentieri, mulattiere e strade che seguivano la montagna molto prima che arrivasse l’asfalto.
Questa è la Roa ricordata da Renzo Franceschini, nato proprio qui nel 1950, e che qui ha trascorso la sua infanzia.

Illustrazione 1: Frazione della Roa, foto recente
Quando la strada era un sentiero
Oggi si arriva alla Roa attraverso una strada provinciale, ma per molto tempo il viaggio era un’altra cosa. Prima dell’arrivo della strada asfaltata esistevano mulattiere e sentieri che collegavano la frazione con i territori vicini. Il percorso non coincideva con quello attuale: per raggiungere Castello Tesino, ad esempio, dalla Roa si saliva verso i Zampiero, si scendeva verso forcella Pierazzo e si proseguiva poi verso la Cascatella. La montagna non era attraversata da una singola strada, ma da molteplici sentieri.
La posizione della Roa, sul versante del Senaiga e vicino al confine con il territorio bellunese, favoriva i rapporti con Lamon e con il Feltrino. Per gli abitanti era normale percorrere a piedi questi itinerari per portare animali e merci. Si andava spesso a Lamon anche per fare festa, incontrare persone e scambiare prodotti. Il confine amministrativo, nella vita quotidiana, non era necessariamente un confine umano.
La strada attuale appartiene a una fase molto più recente. La vecchia viabilità fu progressivamente sostituita da una strada militare – usata storicamente e in particolare durante la Prima guerra mondiale per scopi di transito e movimento delle truppe tra Feltrino, la valle del Cismon e l’altopiano del Tesino – e, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, arrivò l’asfalto.
Una comunità che aveva tutto il necessario
Fino agli anni Sessanta la Roa possedeva servizi che oggi, in una frazione così piccola, sembrerebbero sorprendenti. C’era una scuola, un ufficio postale, un forno, una bottega e diverse osterie.
La scuola era uno dei centri della vita della frazione. Renzo ricorda di aver concluso lì la sesta classe nel 1961. Negli anni precedenti, gli alunni erano stati molti: si arrivò a circa una sessantina di bambini, distribuiti in due aule e seguiti da due insegnanti che risiedevano in pianta stabile nella frazione. Con il diminuire degli abitanti diminuì anche il numero degli scolari: nell’ultimo periodo erano circa diciotto.
In aula c’era una stufa e il bambino seduto al primo banco aveva anche il compito di occuparsi del fuoco. Le lezioni iniziavano il 4 ottobre, festa di San Francesco. La scuola si frequentava tutti i giorni, eccetto il giovedì, e proseguiva anche nel pomeriggio. Una volta a settimana o ogni quindici giorni, arrivava il sacerdote per il catechismo, mentre il Provveditorato provvedeva alla merenda.
Poi, nel 1962, la scuola chiuse. Quel momento può essere letto come uno dei primi segnali visibili di una trasformazione più profonda: la comunità stava diventando progressivamente più ridotta.

Illustrazione 2: Bambini della scuola della Roa, 1933 circa
Un paese tra prati, boschi e stagioni: il rapporto con la montagna
Fino agli anni Sessanta la Roa era abitata stabilmente durante tutto l’anno. La vita dipendeva dalla terra e dagli animali. Agricoltura e allevamento non producevano grandi ricchezze, ma permettevano alle famiglie di vivere contando soprattutto sulle proprie risorse. Si coltivava, si allevavano gli animali, si falciava – a mano – il fieno, si faceva legname e si utilizzava ogni stagione nel modo più conveniente.
L’inverno, ad esempio, non era soltanto il periodo freddo e della neve. Era una stagione di lavoro. La neve permetteva di creare vere e proprie piste sulle quali trascinare legna e fieno con le slitte. In assenza di mezzi a motore, la montagna veniva percorsa sfruttando ciò che offriva: la pendenza, la neve, l’acqua, gli animali.
La fienagione portava invece molti a falciare verso il monte Picosta, dove un tempo esistevano numerosi prati, oggi riconquistati per la quasi totalità dal bosco. In primavera e in estate arrivava invece il momento di accompagnare le bestie verso le malghe, lungo percorsi che dalla Roa conducevano verso i Magri, Pra Pezzé fino in Brocon.
Il rapporto con la montagna era continuo. Il bosco forniva legna, i prati fieno; gli animali fornivano latte, carne e forza lavoro. Persino la pietra poteva diventare risorsa. Renzo ricorda la produzione della calce: gli uomini recuperavano le pietre, le ammucchiavano e costruivano una sorta di fornace; il fuoco doveva rimanere acceso giorno e notte per diversi giorni, alimentato con grandi quantità di legna. Era un lavoro collettivo. Alla fine la calce veniva divisa tra colore che avevano partecipato.
Il paesaggio che oggi appare prevalentemente boschivo racconta quindi solo una parte della sua storia; un tempo molti di quei boschi erano prati, luoghi di lavoro. La montagna non faceva solo da sfondo. Era il luogo da cui proveniva quasi tutto ciò che serviva nella quotidianità.
Le donne, il lavoro e l’economia della casa
Nella memoria di Renzo emerge un elemento importante: gran parte dell’economia quotidiana della Roa era sostenuta dalle donne. Gli uomini lavoravano spesso fuori dalla frazione: muratori, lavoratori stagionali o perteganti. Tornavano nei momenti di pausa tra un lavoro e l’altro o nei cambi di stagione. A mandare avanti quotidianamente la casa, gli animali, i prati e le attività agricole erano soprattutto le donne.
Questo significa che l’economia della Roa non può essere raccontata soltanto attraverso il lavoro nei campi. Deve essere raccontata anche attraverso il lavoro invisibile che permetteva alla famiglia di funzionare e sussistere. Era un’economia povera, ma organizzata per essere sufficiente. Si produceva ciò che serviva, si conservava, si scambiava.
Quando non serviva andare a fare la spesa
Gli abitanti della Roa non avevano bisogno di andare a continuamente in paese. A volte si raggiungeva Castello una volta a settimana, altre volte anche ogni quindici giorni, secondo le necessità. Si poteva comprare il pane o ciò che mancava, ma molto funzionava attraverso lo scambio. Si portavano uova, salami e altri prodotti e si riceveva in cambio ciò che serviva.
La cooperativa si raggiungeva poche volte al mese, mentre i mercanti arrivavano a loro volta nella frazione, anche se i passaggi non erano così frequenti. Era una forma di economia nella quale il denaro non era l’unico strumento di commercio. Il valore di una famiglia dipendeva da ciò che sapeva produrre, conservare, allevare e condividere.
La vita al di fuori della scuola e del lavoro
La Roa non era fatta soltanto di scuola e lavoro. La vita sociale si svolgeva spesso nelle stalle, soprattutto durante i filò. Ci si trovava la sera, si raccontavano storie, si parlava della giornata, qualcuno lavorava ai ferri, altri intrecciavano cesti. I bambini stavano insieme e approfittavano della libertà che avevano mentre gli adulti erano intenti a chiacchierare.
Infatti, mentre gli adulti erano occupati nelle loro attività, potevano partire scherzi, giochi e piccole spedizioni per andare a “rubare” frutta nei campi di qualcuno. Il filò era un momento dove l’essenza della comunità si faceva sentire. Era una comunità nella quale la vita privata e quella collettiva erano molto più vicine di quanto lo siano oggi.
La chiesa della Roa
Nel cuore della frazione Roa si trova la chiesa della Madonna di Lourdes, dedicata all’Immacolata Concezione, un edificio di storia relativamente recente rispetto alle più antiche chiese di Castello Tesino, ma particolarmente significativo per comprendere le trasformazioni vissute dalla comunità. La sua costruzione racconta infatti il passaggio della Roa da piccolo insediamento rurale, stabilmente abitato, a comunità organizzata e dotata di propri riferimenti religiosi e sociali, fino alle profonde trasformazioni e allo spopolamento che hanno caratterizzato la frazione nel corso del Novecento.
La chiesa venne edificata tra io 1889 e il 1890, per iniziativa del parroco don Gioachino Bazzanella, in seguito alle ripetute richieste della popolazione. Alla fine dell’Ottocento la Roa costituiva una comunità stabile, abitata durante tutto l’anno e sufficientemente numerosa da sentire l’esigenza di disporre di un proprio luogo di culto. La distanza dal Centro di Castello Tesino rendeva infatti particolarmente importante garantire nella frazione una presenza religiosa più vicina e continuativa.
La documentazione conservata nell’Archivio Diocesano di Trento e nell’Archivio Parrocchiale di Castello Tesino restituisce un quadro significativo di questo processo. I fondi archivistici conservano le richieste avanzate dalla popolazione e dal parroco Bazzanella per l’istituzione nella frazione di una “cappellania”, oltre alla documentazione relativa alla richiesta di un cappellano che potesse assicurare una presenza religiosa stabile e agli atti riguardanti i lavori di costruzione della chiesa. Queste testimonianze permettono di cogliere come la nascita dell’edificio non fosse un intervento isolato, ma il risultato di un’esigenza profondamente sentita dalla comunità, alla quale la popolazione partecipò attivamente. La chiesa venne benedetta il 27 aprile 1890.
L’edificio presenta caratteri riconducibili all’architettura neoclassica, secondo un linguaggio sobrio e ordinato tipico delle maestranze trentine dell’epoca. La pianta è rettangolare, con asse maggiore longitudinale, e il presbitero rettangolare termina in un’abside semicircolare. La facciata, impostata come un piccolo tempio classico tetrastilo, è scandita da paraste tuscaniche poggianti su un alto zoccolo e sormontate da un frontone triangolare. Al centro si apre il portale, sovrastato da una finestra circolare, mentre un ulteriore oculo si trova nel timpano. l’insieme conferisce alla costruzione una presenza architettonica semplice ma riconoscibile, proporzionata alle dimensioni della frazione. Sul lato orientale della chiesa si trova il piccolo campanile a pianta quadrata, con fusto in muratura di pietra intonacata, cella campanaria aperta da monofore e copertura piramidale rivestita in lamiera metallica. Il tetto della chiesa è a doppia falda e conserva un manto di copertura in lastre di porfido, materiale profondamente legato all’architettura del territorio. Anche l’interno riflette il linguaggio neoclassico dell’edificio. La navata è articolata in tre campate mediante paraste tuscaniche, che poggiano su un alto zoccolo e sostengono il cornicione perimetrale. La copertura è costituita da una volta a botte unghiata, mentre il presbitero, rialzato di un gradito e preceduto da un arco santo a tutto sesto, termina nell’abside semicircolare, coperta da un catino unghiato. Tre finestrelle centinate illuminano il presbitero e l’abside, mentre sul lato sinistro della navata si aprono tre finestre lunettate. Le superfici interne sono arricchite da motivi decorativi a tempera sulle pareti e sulle volte. Il pavimento è costituito da mattonelle bicolori in cemento, disposte secondo corsi diagonali.
La storia della chiesa è strettamente intrecciata alle vicende della Roa e alla devozione mariana che caratterizzò la vita religiosa della frazione. La dedicazione alla Madonna assunse nel tempo un rilievo particolare e le celebrazioni più solenni si concentravano in due momenti dell’anno: l’ultima domenica di luglio e la festa della Madonna di Lourdes, nel mese di febbraio. La celebrazione estiva rappresentava anche un momento di ritorno e di incontro. La Roa, nei giorni di festa, tornava a riempirsi di persone provenienti da Castello Tesino e dal Feltrino, alcune delle quali raggiungevano la frazione in processione. La dimensione religiosa si intrecciava così con quella comunitaria e sociale: la chiesa diventava non soltanto luogo di preghiera, ma anche uno degli spazi nei quali la Roa poteva riaffermare la propria identità e mantenere vivo il legame tra gli abitanti e colore che, nel tempo, si erano allontanati dalla frazione.
La posizione della Roa, prossima al confine storico con il Veneto, la rese inoltre partecipe delle vicende della Prima guerra mondiale. Tra il 1915 e il 1918 la chiesa subì gravi danni a causa del conflitto, come testimoniano la documentazione archivistica e le ricostruzioni storiche relative agli edifici religiosi del territorio. Particolarmente preziosi sono, ancora una volta, gli atti conservati nell’Archivio Parrocchiale di Castello Tesino: nel fascicolo dedicato alla Roa sono presenti documenti relativi ai danni di guerra, che consentono di seguire la vicenda dell’edificio non soltanto nella sua costruzione, ma anche attraverso le difficoltà affrontate nel corso del Novecento.
“DESCRZIONE DEL DANNO: In seguito alle operazioni belliche la chiesa ed annessi rimasero danneggiatissimi, essendo stati adoperati quale quartiere di prigionieri e lavoratori. Furono rovinati gli intonaci interni ed esterni, parte dei pavimenti e arredamenti”.
La chiesa venne successivamente restaurata nel 1967, restituendo funzionalità e dignità all’edificio dopo le vicende che ne avevano segnato la storia. Il restauro si inserisce in una fase nella quale la Roa stava ormai vivendo trasformazioni profonde: il progressivo abbandono delle attività tradizionali e lo spopolamento avrebbero modificato in maniera sempre più evidente la struttura sociale della frazione.
All’interno della chiesa è conservata anche una delle testimonianze artistiche più interessanti della Roa: un Cristo morto deposto dalla croce, attribuito a Martin Vinazer, esponente della celebre famiglia di scultori della Val Gardena attiva tra Seicento e Settecento. La chiesa della Madonna di Lourdes può quindi essere letta come un piccolo ma significativo punto di osservazione sulla storia della Roa. La sua costruzione testimonia la vitalità di una comunità che, alla fine dell’Ottocento, rivendicava una propria autonomia religiosa; le celebrazioni e le processioni raccontano il ruolo aggregativo assunto dall’edificio; i danni della guerra ne riflettono il coinvolgimento nelle vicende del territorio; il restauro e le trasformazioni successive accompagnano invece il progressivo mutamento della frazione.
Oggi la chiesa rimane una delle testimonianze più riconoscibili di quella comunità e della sua capacità, nel corso del tempo, di costruire e conservare luoghi capaci di custodire insieme fede, memoria e identità.

Illustrazione 3: Progetto per le arcate della chiesa

Illustrazione 4: Richiesta di un contributo relativo alla realizzazione e finitura della chiesa

Illustrazione 5: Piantina del complesso chiesa-scuola
L’acqua che accendeva la luce
Tra gli aspetti più sorprendenti della storia della Roa c’è quello legato all’utilizzo dell’acqua. Nella zona del Salton – tra Roa, San Donato e Arina – la forza dell’acqua venne utilizzata per produrre energia elettrica. La centralina del Salton rappresentò una vera innovazione per le piccole comunità della zona. La sua realizzazione coinvolse direttamente gli abitanti, insieme al supporto tecnico dell’ingegnere Ermanno Gadenz di Fiera di Primiero: quasi tutte le famiglie della Roa e di San Donato parteciparono alla nuova società che gestiva l’impianto. Con il lavoro di tutti si riuscì a costruire una centralina, una turbina e una condotta forzata – realizzata con tubi di larice – per incapsulare l’energia del torrente Senaiga.
La luce arrivò così nelle abitazioni e nelle stalle. All’inizio non si trattava di avere elettricità senza limiti. Le risorse erano poche e dovevano essere distribuite secondo le necessità. Nelle case potevano esserci solo due lampadine: una in cucina, una nella stalla. Per i bambini, uno dei nuovi compiti era quello di leggere i contatori. L’acqua serviva anche per altre attività produttive: la forza del torrente veniva utilizzata nella segheria e in sistemi di trasporto del legname. Dopo la guerra lo Stato verificò l’assenza di concessioni, e questo segnò la fine dell’impresa. La “Società Elettrica del Salton”si sciolse e nel 1948 passò l’impianto alla “Società Anonima Cooperativa di San Donato”.
La Roa, quindi, non era soltanto una comunità agricola. Era anche una comunità capace di utilizzare l’energia del proprio territorio.
La Roa durante le guerre
La posizione della frazione rese la Roa particolarmente sensibile alle vicende belliche. Durante la Prima guerra mondiale la strada assunse anche una funzione militare. Renzo ricorda che da piccolo gli era stato raccontato del passaggio del Battaglione Feltre. La stessa chiesa della Roa, costruita alla fine dell’Ottocento, subì gravi danni durante il conflitto.
Durante la Seconda guerra mondiale, invece, la zona fu attraversata dalle tensioni della Resistenza e dai passaggi di partigiani e militari tedeschi. Tra le vicende più drammatiche c’è quella dei fratelli Gino e Ivo Mascarello, uccisi dalle SS il 13 gennaio 1945. La loro vicenda è legata alla Resistenza del Tesino e alla protezione di un partigiano. Il ricordo della loro morte rimase anche nella memoria collettiva del paese, e di Renzo. Testimonianza di Graziella Boso Caretta: quando questi fatti sono accaduti aveva circa 13 anni. La Roa, e in particolare Franza, in quel tempo era un luogo strategico, ma durante la guerra era un luogo di incontro tra i partigiani di Belluno e del Tesino. Si incontravano spesso alla casa degli zii – Ivo e Gino, per l’appunto – per i quali non c’era guerra, accoglievano e davano da mangiare a chi ne avesse bisogno. Ivo e Gino, come già detto sono stati fucilati dai tedeschi. La nipote li ricorda di una bontà indescrivibile.
Quando sono arrivati i tedeschi in zona, Graziella lo ricorda perfettamente: sono arrivati la sera tardi, e in paese il parroco aveva appena convocato i capifamiglia di Castello Tesino di fare un voto alla Madonna, che se avesse protetto il paese dai tedeschi, loro avrebbero costruito un oratorio in suo onore. Quella sera stessa sono arrivati i tedeschi, circondando il paese, proprio per incendiarlo, in quanto erano stati informati che Castello era un centro di partigiani. Per quanto riguarda la vicenda degli zii di Graziella, Ivo e Gino, una persona del paese andò dai tedeschi e spifferò la presenza di partigiani in Franza e specialmente la presenza del partigiano Valasco – Guerrino Gaio –. I tedeschi hanno trovato questo partigiano, l’hanno circondato e poi portato a Roncegno per interrogarlo. Riuscito a scappare, tornò in Franza, dove fu nascosto in una vecchia calcara – o calchera – proprio dai fratelli Mascarello.
I tedeschi sospettarono che fosse tornato nel luogo dove l’avevano catturato, per cui prima andarono a prelevare Gino, che lavorava per la Todt, e poi arrivarono alla casa in Franza, dove erano presenti Ivo e la sorella Carmela. I tedeschi li portarono da basso, dove furono picchiati e interrogati ma senza risultato. Gino venne ucciso per primo, poi anche Ivo. Anche la persona che aveva fatto da spia venne fucilata dai tedeschi. La guerra lasciò tracce non soltanto nei luoghi, ma nella memoria di una comunità.
1966: l’anno in cui l’acqua diventa pericolo
Tra il 4 e il 5 novembre 1966 una violenta ondata di maltempo colpì gran parte del Trentino. Ke piogge, intense e persistenti, si abbatterono su un territorio già saturo di acqua dopo un ottobre particolarmente piovoso. In quota era inoltre presente un consistente manto nevoso: l’arrivo di temperature più miti e dello scirocco ne favorì lo scioglimento, contribuendo alla piena dei torrenti e dei fiumi. l’evento interessò in modo particolarmente grave il Trentino orientale, compreso il territorio del Tesino.
Anche alla Roa il maltempo mise a dura prova la comunità. La testimonianza di Renzo, che all’epoca frequentava le scuole a Borgo, restituisce la dimensione concreta di quei giorni. Tornato alla Roa per la ricorrenza dei Santi, ricorda l’interruzione dell’energia elettrica, le strade allagate e l’acqua che scendeva ovunque sui versanti. In una casa della frazione, dove vivevano una famiglia con due bambine, il forte vento e l’acqua fecero temere il cedimento del tetto. Mentre alcuni adulti cercavano di mettere in sicurezza l’abitazione, Renzo aiutò la nonna a portare le bambine in salvo.
La sua testimonianza si inserisce nel quadro più ampio documentato dalle cronache dell’epoca: nel Tesino e nelle aree circostanti l’alluvione provocò interruzioni delle comunicazioni, danni alla viabilità e difficoltà nei collegamenti.Per la Roa il racconto dell’alluvione non riguarda soltanto la forza dell’acqua. È anche una testimonianza della capacità della comunità di affrontare insieme una situazione di emergenza. Renzo ricorda inoltre che la strada della Roa, insieme a quella del Murello, rimase tra le poche vie ancora percorribili nella zona.
L’alluvione del 1966 appartiene quindi alla storia più ampia del territorio, ma anche alla memoria quotidiana di una piccola frazione come la Roa: un evento naturale eccezionale che è rimasto legato ai ricordi di chi lo visse e alle tracce che lasciò nel paesaggio.
Quando la Roa cambiò
Il cambiamento più grande arrivò tra gli anni Sessanta e Settanta. Prima partirono alcune persone. Qualcuno se ne andò per lavoro, qualcuno per studiare. La popolazione diminuì e con essa vennero meno alcuni dei servizi che avevano caratterizzato la vita della frazione. Nel 1962 chiuse la scuola. Poi arrivò la strada asfaltata: con l’automobile il rapporto col paese cambiò. Ci si poteva spostare più velocemente e più lontano. La Roa divenne progressivamente meno necessaria come luogo di produzione e di vita quotidiana. Al posto di una comunità stabile, dedita al lavoro nei campi, all’allevamento, al lavoro nei boschi, arrivarono nuove forme di presenza: visitatori, turisti, seconde case. Oggi, racconta Renzo, può capitare che nella frazione ci siano più turisti che abitanti stabilmente residenti. La Roa non è scomparsa, è cambiata.
La storia della Roa non è la storia di un paese rimasto fermo nel tempo. È la storia di una comunità che per generazioni ha saputo adattarsi alle condizioni della montagna. Ha utilizzato l’acqua per produrre energia, la neve per trasportare legna e fieno, i prati per gli animali, il bosco per il combustibile, i sentieri per raggiungere i paesi vicini. Ha costruito una scuola, una chiesa e una rete di relazioni. Ha vissuto di agricoltura, allevamento, lavoro stagionale, commercio e scambio. Poi, nel giro di pochi decenni, il modo di vivere è cambiato. Le persone sono partite, le strade sono diventate più comode, i servizi si sono concentrati altrove e la Roa è diventata soprattutto un luogo da raggiungere, più che un luogo dal quale partire ogni giorno. Eppure, guardando oggi prati, case, boschi e sentieri, è ancora possibile leggere le tracce di quel mondo.
“Non c’era niente, ma non mancava niente. C’era la libertà”. Forse è proprio in queste parole che si racchiude il senso della memoria della Roa di un tempo: una comunità che seguiva il ritmo delle stagioni, tra il lavoro dei campi, gli animali, i boschi e i sentieri. Una vita diversa da quella di oggi, ma profondamente legata al territorio e alle persone che lo abitavano. È questa storia, fatta di quotidianità e relazioni, che il paesaggio della Roa conserva e ci invita ancora oggi a scoprire.
Bibliografia e fonti
Attilio Pedenzini, “La Brentana. L’alluvione del 1966 nella Valsugana Orientale”.
Gioachino Bazzanella, “Memorie di Tesino”, 1884.
Sergio Muraro, “Sulle orme degli avi: Otto secoli in Tesino”, 2020.
Bollettino SAT, Anno LXXIII N. 1 – 2010, “L’isola misteriosa della Val Senaiga”, a cura di
Gimbattista Toller, Gianfranco Tomio e Alessia Moranduzzo.
Parrocchia di San Giorgio in Castello Tesino, Inventario dell’archivio storico (1631-1998):
• registri di cassa generale, 1914-1966.
• Chiese filiali, scuola lavori femminili, fondi vari, legati, 1941 luglio 1 – 1965 gennaio 1.
• Chiese filiali, Roa, 1879-1946, cc. 148-460.
Provveditorato agli studi di Trento. Inventario dell’archivio.
• Fascicolo: Castello Tesino (capoluogo e Roa), scuola materna e elementare, 1925-1970.
Intervista a Graziella Boso Caretta, Valsugana Web TV, 2025.
Intervista a Renzo Franceschini, 20 luglio 2026.