Un altopiano di cantori e solidarietà, che ha conosciuto le grandi guerre del Novecento (Ricerca del Dott. Alvise Osti)
La località di Monte Mezza, all’interno del comune di Cinte Tesino, è un luogo di prati e masi ai piedi di tre cime: Presa, Lasta e Cismon. La sua storia mi è stata raccontata attraverso le memorie di Salvatore Busana (1935), che per dodici anni fu custode forestale nella seconda parte del comune di Cinte (Arpaco – Brocon).
Saliti in macchina da Cinte Tesino a Monte Mezza, cominciamo a camminare nella strada circondata dai prati. Salvatore mi parla di storie lontane nel tempo e non conosciute dai più, ma non da lui, che fin da piccolo saliva al maso dei suoi nonni per trascorrervi le estati. A 91 anni è ancora lucidissimo e mi indica ogni maso, ricordando l’antico proprietario, chi ci abita ora e rievocando aneddoti dal passato.
Sotto il Masi dei Cioli e incontro con Renato Buffa
A un certo punto dell’escursione arriviamo sotto il gruppo dei Masi dei Cioli, dove durante la prima guerra mondiale fu istituito un tribunale militare italiano. Salvatore ricorda, dal racconto dei suoi avi, che lì sempre in quel periodo furono anche eseguite delle condanne a morte, o almeno questa era la voce che correva.

Figura 1: Maso dei Cioli, Monte Mezza.
Durante le rievocazioni di questi aneddoti, un uomo ci guarda incuriosito, probabilmente a causa del mio equipaggiamento per l’intervista. Mentre stiamo cercando di ricordare quali canzoni cantassero una volta a Cinte dopo pranzo oppure dopo cena. D’improvviso va verso l’uomo, che scopro essere Renato Buffa (1946), a cui chiede se si ricorda quali canzoni cantavano a Monte. Su mia richiesta Renato comincia a intonare questa canzone:

Figura 2: Spartito del brano tradizionale “I dise che a Cinte no l’è belo” dal libro di Renato Morelli sui Canti popolari tesini.
- I dise che a Cinte non xe belo / con tante ragazzine che ci stanno
i giovanoti fàti col penèlo / i giovanoti fati col penèlo
- I dise che a Cinte non l’è belo / con tante ragazzine che ci stanno
i giovanoti fàti col penèlo / non ti scordar di me
- Quando ti vedo te / paradiso mi par di veder
quando ti vedo là / in mezzo al mar mi par di volar (x2)
- Marieta Marietina come valà / lo sai che la benzina costa cara
s’è roto il mandolino e la chitàra / s’è roto il mandolino e la chitàra (x2)
“I dise che Cinte no xe belo” ci porta a parlare brevemente di Cinte Tesino come paese di cantori. Una volta quando persone da Castello incontravano i cintesi li salutavano come dei “canterini”. In estate c’era un gruppo di donne che salivano a Monte Mezza nel periodo della fienagione, tra luglio e agosto, dopo pranzo e anche dopo cena le donne cantavano i brani tradizionali di un tempo. Addirittura un emigrato da Cinte in Russia finì a cantare all’opera di Mosca. Dopo la seconda guerra è stato formato un coro che cantava bene poi dopo qualche anno si è sciolto e i membri sono andati a cantare con il Coro Valsella di Borgo Valsugana.
L’incontro con Renato Buffa: i cintesi nel mondo
Finito di cantare, Renato ci offre dello spumante da bere, e comincia a raccontare delle memorie sui suoi parenti, a partire da suo nonno paterno Rodolfo Buffa detto “Scarana”. Era una delle persone più istruite del paese di Cinte, aveva fatto scuola con Alcide De Gasperi, all’Arcivescovile di Trento, gli mancava un anno a completare gli studi da frate.
Invece il nonno materno, Bortolo Pace, aveva un negozio di antiquariato a Mosca; aveva sposato una russa (quando venne a vivere a Cinte tuti. Quando scoppiò la rivoluzione russa nel 1917, i rivoluzionari arrivano e gli dissero che entro sera sarebbero dovuti andare via e avrebbero dovuto chiudere il negozio. Riuscirono a imbarcarsi, attraverso il Mar Nero – sei mesi di viaggio per tornare a Cinte. Persero il negozio e i propri beni, ma riuscirono a portare con sé un baule pieno di rubli. Arrivati a Cinte dovevano fare il cambio di valuta, che però veniva fatto a metà del prezzo che volevano loro. Li giunse notizia che a Bari invece il cambio era dell’80%. Scesero apposta ma non glielo fecero e quando tornarono a Trento i rubli non valevano più niente, dato che i rivoluzionari russi avevano chiuso il cambio.
Il nonno aveva un figlio, che a 19 anni fu chiamato nella seconda guerra e mandato a Tobruch (Libia). Lì fu catturato dagli inglesi che caricarono su un bastimento circa 3000 italiani prigionieri per portarli in Inghilterra a lavorare nei campi – i loro giovani erano in guerra. Al largo di Alessandria però c’era un sommergibile tedesco, che li silurò, uccidendoli. Visto che non trovarono mai trovato il corpo di suo figlio, la nonna non poteva avere accesso alla pensione di guerra; per i dispersi di guerra il sussidio era di sole 4000 lire al mese, all’epoca equivalente a due patate al giorno.
Filò
Dall’autunno, quando faceva freddo, la sera a Monte Mezza ci si radunava tra masi vicini, tre o quattro masi, per raccontarsi a volte vecchi episodi della prima guerra o per fare filò, si raccontava cosa succedeva in paese, in famiglia. Non c’era corrente elettrica e per la luce si usavano lampade a petrolio (faràli) o lampade a carburo, usate dai minatori dopo la prima guerra mondiale. D’estate ci si radunava nei cortili dei masi e di autunno invece nelle stalle perché era caldo; quest’ultimo era il filò più bello e apprezzato.
C’era tanta solidarietà tra masi, era gente semplice che lavorava tutto il giorno, dove le famiglie restavano unite fino alla fine. Era infatti considerato un prestigio riuscire a tenere gli anziani in paese, in casa a Cinte o al maso a Monte Mezza, mentre i più sfortunati finivano al ricovero a carico del comune di nascita.
Calcàre
Le calcàre erano delle torri cilindriche, in parte scavate nel terreno, all’interno delle quali avveniva la cottura dei sassi di calcare, che sarebbero infine diventati calce viva. Per ogni ciclo di produzione, che avveniva preferibilmente a primavera, si utilizzava una gran quantità di sassi di calcare e di legna da ardere; per ogni quintale di calce serviva un’uguale quantità di fascine di legna. Una volta cotti i sassi di calcare, venivano delicatamente estratti dalla calcàra, sbriciolati e sciolti nell’acqua. Ecco la “calce spenta”, pronta all’uso.
La calce derivante da questo processo era utilizzata per vari scopi: legante per le murature e intonaci; disinfettante, per imbiancare le abitazioni, soprattutto le stalle e igienizzare latrine; come conservante, per le uova. Era diffuso l’uso domestico, tanto che in Trentino era comune avere la propria “buca della calce” attigua all’abitazione[1].
Di calcàre ce ne erano almeno sei a Monte Mezza. Queste erano in questo numero già prima del 1914, sicuramente anche dopo la seconda. Dopo la guerra c’erano tante abitazioni da ricostruire e sistemare, allora si è ricorso alle calcare per produrre la calce. Salvatore ricorda che per una casa di suo zio a Cinte venne ricavata una fossa di calce e si ricorda anche il punto di una fossa di calce a Monte Mezza, che nessun altro conosce. Basterebbe andare con una stanga di ferro per testare il terreno. A Cinte c’era la roccia calcarea necessaria per ricavare la calce viva. La grotta per la Madonna vicino all’asilo nido di Cinte fu costruita in parte coi sassi della calcàra di Masaron Alto, raggiungibile da un sentiero nel bosco poco sopra i prati di Monte Mezza.
[1] Per questa descrizione generale delle calcàre mi sono basato su quanto si trova alla voce “calcàra” presso il sito dell’Ecomuseo dell’Argentario: https://ecoargentario.it/antichi-mestieri-le-calcare/.

Figura 3: Calcara Masaron Alto. Luogo dove sorge la calcara di Masaron Alto

Figura 4: la grotta di Cinte, vicino all’asilo nido. Alcune pietre che provengono dalla Calcara di Masaron Alto
La gatta persa ma poi ritrovata
I nonni di Salvatore avevano più terreno a Monte Mezza che a Cinte. Infatti avevano quasi quattro ettari di terreno di prato. Per evitare di portare giù il tanto fieno in paese, stavano al maso fino a quando non nevicava, ben oltre il periodo estivo.
Una mattina cominciò a nevicare, allora i nonni prepararono l’asino per il trasporto con tutti gli animali del maso al seguito: i conigli, le galline, le mucche. Tutti tranne la gatta. Se ne accorsero che ormai erano già rientrati a Cinte; gli dispiacque perché le erano tutti molto affezionati. Tornarono a Monte Mezza per cercarla ma non la trovarono, pensarono che la gatta fosse stata mangiata dalla volpe.
Passarono diversi mesi, fin quando arrivò una mattinata di primavera dell’anno successivo. Il nonno, come durante ogni periodo primaverile, stava preparando la stalla per il successivo arrivo delle mucche, pulendo e predisponendo il fieno. Salvatore uscendo dal maso vide una figura magrolina: era proprio la loro gatta. Quando la vide anche il nonno, che era incredulo del ritrovamento, fu una grande gioia e le diedero parecchio formaggio per festeggiare il ritrovamento. La vita allora era fatta anche dell’affetto verso gli animali domestici.
La cotta e la ricotta
La cotta era il primo formaggio che derivava dalla cottura del latte. Ci si radunava tra i proprietari di tre o quattro masi con il latte e si faceva la cotta, che in seguito veniva divisa. Inoltre Salvatore si ricorda di suo nonno che poi faceva la ricotta a Monte Mezza, la affumicava e le regalava. La ricotta era considerata un alimento umile, un rimasuglio di produzione; per questo non veniva mai fatta pagare a nessuno, sempre donata. Lo scolo del latte invece era destinato ai maiali.
L’acqua arrivava nelle case dal cielo
Come arrivava l’acqua potabile nei masi di Monte Mezza? Semplice, dal cielo. Si beveva acqua piovana, non c’erano acquedotti o sistemi di tubature che portassero l’acqua corrente in casa. L’acqua veniva buona perché i tetti erano di scandole e non c’era l’inquinamento dell’aria di oggi. Dalla grondaia scendeva e veniva immagazzinata in vasche o pozzi, come quelli nelle figure sottostanti.


Figure 5 e 6: particolari della grondaia e del pozzo in dei tipici masi antichi di Monte Mezza.

Figura 7: un tipico maso a Monte Monte Mezza, la cui grondaia si vede in figura 6.
La carne
La famiglia di Salvatore aveva una buona disponibilità di carne bovina durante la seconda guerra mondiale. Infatti ogni tre o quattro vacche potevano concedersi, al bisogno, l’uccisione di un vitello che veniva abortito o per altri difetti di nascita. Il problema era che non c’erano i frigoriferi, d’inverno si utilizzava una seconda casa, dato che i parti delle vacche avvenivano a inverno inoltrato, con temperature che permettevano una buona conservazione della carne. Dopo, quando non era più freddo, veniva essicata e affumicata per motivi di conservazione. Prima di cucinarla occorreva bollirla per almeno tre o quattro ore, altrimenti era immangiabile perché troppo dura. Mentre allora l’affumicatura veniva utilizzata per motivi di sussistenza, oggi invece la carne affumicata è una scelta di gusto. Questo ci dà la distanza tra il mondo odierno e gli usi e costumi di allora in montagna.
Episodi di cronaca anteriori alla seconda guerra mondiale
Dopo la guerra 1914-18 a Monte Mezza i masi erano ridotti in pessimo stato perché avevano subito l’occupazione da parte dell’esercito italiano, che aveva rubato diverse cose di valore. Per completare i lavori di rifacimento di una porta di un maso (“maso di Lello”), venne chiesto a una ragazza di 15 anni di andare a Castello Tesino a prendere una serratura per una porta ma la giovane non fece più ritorno. Partirono allora le ricerche verso il torrente; – per andare a Castello non si faceva il giro da Pieve ma si attraversava il Grigno, saltando da un sasso all’altro – dopo averla cercata per tre giorni ne trovarono il cadavere poi sull’orlo di un precipizio; era stata trattenuta da una catenina d’oro con una Madonna, impigliata a una roccia, quindi almeno ci fu la consolazione di ritrovare il corpo.
Storia di Celio Pace, il parricida di Cinte Tesino
Questa triste storia di parricidio a Cinte Tesino ebbe una grande eco a livello sia locale sia nazionale e la seguente ricostruzione è basata sul “Notiziario storico dell’Arma dei Carabinieri. Anno II – Numero 5” dei Carabinieri.
Celio Pace era un venditore ambulante 35enne e la notte tra il 23 e il 24 aprile 1930 a Cinte uccise il padre 64enne per dei vecchi rancori. Salvatore aggiunge che questo Celio era un figlio che viveva solo e aveva dei rifugi suoi nella zona di Monte Mezza. Ucciso il padre andò a nascondersi in diversi rifugi verso Cima Lasta. La sua latitanza durò circa un mese prima di essere catturato. Si dice che venne protetto dai cintesi e dagli abitanti di Monte Mezza, forse per compassione, forse perché aveva la nomea di essere un po’ strano ma buono; in qualche maso ha dormito o ha trovato da mangiare mentre i carabinieri lo ricercavano in tutti i modi, perfino travestendosi da boscaioli. Raccontano come lui dal suo rifugio potesse vedere i carabinieri che lo cercavano, a pochi metri di distanza.
Venne trovato perché in quel maggio cadde la neve e così fu possibile risalire alle sue tracce sulla costa del monte che va a Cima Lasta. Era il 20 maggio e una pattuglia di due persone con davanti il giovane carabiniere di 20 anni, Albino De Lunardi, e il brigadiere Penzin suo superiore. Il carabiniere De Lunardi rimase ucciso da Celio Pace nello scontro a fuoco. Il bandito sfuggì solo temporaneamente. Ferito e allo stremo, pose fine alla sua vita sparandosi e precipitando nel sottostante burrone fino alla frazione di Ospedaletto, nel comune di Strigno; era il 21 maggio 1930[1] .
Episodi della seconda guerra mondiale
Nel momento in cui scrivo, settembre 2026, Salvatore Busana ha 91 anni ed è il secondo più anziano del paese di Cinte. I suoi ricordi sono quelli di chi ha vissuto in prima persona certi fatti storici, specialmente nella seconda guerra mondiale. Riporto delle testimonianze orali che mi ha riferito sul periodo della guerra a Monte Mezza, con all’interno episodi legati alla Resistenza in Tesino.
[1] L’interezza della storia è riportata in “Notiziario storico dell’Arma dei Carabinieri. Anno II – Numero 5” https://www.carabinieri.it/docs/default-source/editoria/notiziariostorico/notiziario-2017-5_1.pdf?sfvrsn=8d494123_2.
Dei villeggianti nascosti a Monte Mezza
Nell’estate del 1944, quando aveva 9 anni, nel maso dell’ex tribunale militare del maso dei Cioli, arrivò una famiglia da fuori. Inizialmente si pensava si trattasse di semplici villeggianti, marito e moglie con la figlia di 16 anni. In realtà il locatario del maso rivelò poi sottovoce che si trattava di una famiglia ebrea che cercava rifugio. All’epoca c’era la taglia sugli ebrei, chi faceva la spia poteva ricevere premi in denaro. Salvatore ricorda di aver passato molto tempo con questa ragazza quell’estate. Talmente tanto tempo che lui arrivò a sviluppare una certa simpatia verso di lei, che però era più grande e lo trattava da bambino, come in effetti era.
Esercitazioni di artiglieria
A seconda guerra mondiale appena iniziata, 1941, si ricorda che dei trattori passarono per trascinare degli cannoni fino alle postazioni per Monte Mezza rovinando i prati, per anni non hanno più potuto falciare l’erba. Comunque i militari quando sgomberavano emettevano un ordine di sgombero, con il quale era poi possibile farsi risarcire dalla giornata di lavoro persa.
Prima e durante la seconda guerra l’esercito italiano è venuto a svolgere delle esercitazioni sparando da Monte Mezza verso Monte Tolvà e altre cime nei paraggi del Broccon. Salvatore se lo ricorda perché venivano fatti sgomberare dal maso. Piazzavano i cannoni e sparavano, non solo in periodo bellico ma anche dopo. A volte capitava che sbagliassero mira e arrivassero fino al Passo del Broccon, si dice che in un’occasione il colpo arrivò fino alla Malga Sternozzena. Questo incidente capitò negli anni Sessanta o Settanta, comunque dopo il 1961. Un’altra volta il proiettile arrivò addirittura fino a Pra Dell’Aia, prima di Canal San Bovo; centrò la canna fumaria di un maso e precipitò sul focolare, attorno al quale c’erano almeno cinque o sei persone. Fortunatamente il colpo non esplose.
Partigiani nascosti a Monte Mezza presso il maso dei Ceccati
Arriviamo di fronte al suo vecchio maso, un tempo chiamato “il maso Ceccati”, nella zona del Belvedere, chiamata così per la bella visuale panoramica. Oggi il maso è stato completamente ristrutturato e, dopo essere stato a lungo il rifugio di Monte Mezza, è il Maso del Moléta.
Salvatore mi rievoca un episodio dimenticato di Resistenza in Tesino nel 1944. Infatti a Monte Mezza, proprio in questo maso, di notte venivano a rifugiarsi i partigiani del battaglione “Giorgio Gherlenda”, una sottosezione della Brigata Garibaldina “Antonio Gramsci”. Quello che segue è un vero episodio di lotta di Resistenza in Tesino al Nazifascismo, finora non pubblicato.
I nonni di Salvatore, Alfonso Biasion ed Elvira Ceccato, nel 1944 davano alloggio ad alcuni dei partigiani. La notte dormivano su dei giacigli in foglie di faggio. In un piccolo spazio, un po’ meno di dieci metri quadri scarsi, dormivano almeno in otto partigiani.
Una mattina, la figlia di Alfonso ed Elvira, Senna Maria, scendendo dalla camera, vide che arrivavano le SS tedesche dal ponte di Crose, all’ingresso dei Prati di Monte Mezza. Il punto panoramico in cui era collocato il maso dei Ceccati le permise di vedere da così lontano. Lei si precipitò quindi da suo padre, annunciando l’arrivo dei tedeschi. Alfonso Biasion, spiegò ai partigiani come fuggire verso il bosco: “dovete andare dietro il maso a gattoni fino ad arrivare al bosco sopra”. La prima cosa che fece suo nonno, esperto di guerra, fu di togliere il segno dei giacigli. Poi uscì con forca e badile per spargere il letame sul prato. Arrivati i tedeschi il nonno, che conosceva la lingua, scambiò un po’ di parole con loro, che gli hanno chiesto se avesse visto partigiani – ovviamente rispose di no. I nazisti gli credettero. Poteva essere una tragedia perché, se avessero sorpreso i partigiani nella stalla, non solo i combattenti antifascisti ma anche i tutti i familiari di Salvatore sarebbero stati giustiziati sul posto e il maso bruciato. Invece tutto si è risolto per il meglio.
Altri aneddoti sui partigiani del Gherlenda
Salvatore ricorda di aver conosciuto tutti i partigiani, ricorda in particolare Renata, il fratello di “Ora” (Ancilla Marighetto), descrivendolo come un tipo “strano ma non cattivo”. Fin dai sette anni (1942), Salvatore andava a prendere il latte dai suoi nonni a Monte Mezza e lo portava giù a casa. Siccome in famiglia non si era mai parlato di fascismo o partigiani, la mamma gli diceva che non serviva più che lui andasse nell’altopiano perché c’era una signora che portava loro il latte al posto suo.
Era in realtà una scusa per coprire il fatto che nel maso (di cui abbiamo parlato sopra, il Maso dei Ceccati) si nascondevano dei partigiani. Solo a guerra finita ha saputo che non salivano più a Monte per via del rischio legato alla Resistenza. Intelligente già da bambino, aveva intuito che quella della madre era una scusa.
Il rastrellamento nazista a Cinte Tesino
Nel 1944 ci fu un rastrellamento a Cinte di tutti gli uomini fino ai 65 anni, che furono portati al municipio dal CST (Corpo di Sicurezza Trentino e dai tedeschi). L’obiettivo era di trovare oppure ottenere informazioni sui partigiani nascosti in Tesino, alcuni dei quali erano anche a Monte Mezza.
Salvatore aveva la casa in cima al paese di Cinte: ricorda che un giorno nel 1944 arrivarono i tedeschi, la fanteria schierata; avevano le mantelline, perché il tempo minacciava di piovere. Erano tutti in fila, “come se fossero a una sfilata”. Si ricorda ancora i cavalli e video quando partirono; il comandante aveva un grande pony che andava velocissimo. Vide che i nazisti erano diretti a Monte Mezza ma Salvatore non se ne preoccupò perché non sapeva con certezza dei partigiani. Mi ripete che all’epoca si corsero tanti pericoli e si rischiò la vita per dare rifugio ai partigiani; se si veniva scoperti c’era il rischio della fucilazione.
La sera li caricarono su due grossi camion – i tedeschi erano lì coi cani, le donne piangevano; nella cabina, c’era uno con la mitragliatrice – e portati a Castello Tesino, dove c’è ora il municipio (sotto c’era il Littorio). Tanti furono portati a Roncegno, per essere interrogati e torturati. Quella sera c’erano quasi tutti i masi di Castello Tesino (località Celado e Duna), in fiamme; questi fuochi producevano abbastanza luce da poter leggere il giornale nella piazza di Cinte.
In ogni caso, nonostante questo rastrellamento, i nazisti non scoprirono nulla su partigiani nascosti nel territorio di Cinte Tesino e i masi dei prati di Monte Mezza furono salvi dalle fiamme.
Ricordo inedito di “Veglia”: 13 giugno 1944, festa di S. Antonio
Finita questa passeggiata della memoria a Monte Mezza, mentre stiamo scendendo verso Cinte in macchina, Salvatore mi confida un’ultima storia. Era il 13 giugno 1944, giorno della festa patronale di Cinte (S. Antonio); in quell’occasione ai festeggiamenti si unì anche Veglia, Clorinda Menguzzato. In paese era conosciuta come la “Pacarina”, nel vecchio dialetto significava la paesana.
Quel giorno è arrivata lei, insieme ad una maestra e si sono fermate al Dopolavoro di Cinte a ballare, con lo stupore di tutti. In paese infatti si sapeva che era una partigiana – aveva ancora la pistola nascosta sotto la giacca. È rimasta nel locale per almeno un’ora, poi è ritornata nel bosco, presso il suo rifugio.
Verrà catturata e uccisa dai nazisti nei pressi di Villa Daziaro pochi mesi dopo, il 10 ottobre 1944.
La “promessa mantenuta”: la Chiesetta alpina di Monte Mezza
Ho avuto il piacere di conoscere alcuni degli alpini di Cinte Tesino che mi hanno donato il loro opuscolo sulla costruzione della Chiesetta Alpina, intitolato “La promessa mantenuta”.
Tutto nasce durante la prima guerra mondiale, quando i soldati cintesi andati in guerra in Galizia, fecero un voto: “se usciamo vivi da questo inferno erigeremo a ricordo una chiesetta”.
Per decenni la promessa rimase sospesa, sia per il sopraggiungere di un’altra guerra mondiale, sia per oggettivi ostacoli riscontrati dai comitati promotori che cercarono di compiere il progetto.
Dopo il fallimento dell’ultimo comitato nel 1974, subentrò il gruppo degli Alpini che ereditò 199.000 lire dal precedente comitato. Il Comune mise a disposizione un terreno in località “Crose” di Monte Mezza. L’ingegnere Mario Buffa di Pieve Tesino donò il progetto e la ditta Renato Casarotto di Villa Agnedo si offrì di costruire gratuitamente le opere murarie, gli alpini provvedettero all’acquisto dei materiali.
Nel 1981 l’elezione di Cipriano Ceccato come nuovo capogruppo degli Alpini, diede nuova linfa al progetto. Fu lui che coinvolse i suoi Alpini nel mantenimento della promessa fatta dai soldati cintesi. Furono raccolti ulteriori fondi con varie sottoscrizioni, gli Alpini del gruppo misero a disposizione 100.000 lire ciascuno. I lavori iniziarono nel mese di maggio 1983 e terminarono nel 1985. Ulteriori donazioni per chiudere i lavori vennero fatte sia dal Gruppo Alpini, sia dagli abitanti di Cinte. Gli Alpini dedicarono al completamento della Chiesetta 2.350 ore di lavoro volontario, trascurando il tempo libero e le proprie famiglie. La ditta Zamberlan di Vicenza donò 31 metri quadrati di piastrelle in porfido per la pavimentazione, lo scultore cintese Severino Ceccato realizzò un pregevole Crocifisso in legno per impreziosire la Chiesetta e il pittore Lorenzo Rubini di Ferrara contribuì con un affresco molto toccante. L’opera raffigura un soldato ferito mortalmente e sorretto da un commilitone. Sullo sfondo si intravvede una lunga fila di Alpini che scalano la montagna innevata. Un dettaglio significativo cattura l’attenzione: il dito del soldato morente indica il Cristo come a ricordare che solo in Lui vi è la salvezza. Giovanni Ceccato (Beoro) donò il legname necessario per la costruzione dei serramenti che furono realizzati da Osvino Busana e Alfredo Buffa.
Nel 1984, a lavori non ancora conclusi, l’Arcivescovo di Trento Alessandro Maria Gottardi vi celebrò una Santa Messa. Fu un momento di grande partecipazione e significato per coloro che avevano contribuito al progetto. La Chiesetta fu completata nel 1985 e dedicata ai caduti di tutte le guerre. Fu inaugurata il 15 agosto 1985 dalla Santa Messa di don Tullio Buffa. Si decise che la chiesetta sarebbe stata aperta al culto religioso tutte le domeniche nei mesi di luglio e agosto con la celebrazione della Santa Messa.
LA CESETA DE MONTE MEZZA
di Don Bepi Grosselli
La ceseta de Monte Mezza
su tra il verde e i prati in fior
l’han voluta i nostri alpini
per chi vive e chi muor.
Porta un fiore e una candela
porta un cuore al tuo Signor;
quando torni da lontano
ti protegga ancor.
E suoni suoni la campana
e suoni e suoni a la mattina.
E quella voce dolce e amica
ti accompagni sul sentiero.
Tra le guglie e le abetaie
si eleva il suo candor,
come un canto di preghiere
per chi vive e chi muor.
Pensa ai tuoi figli del Tesino
che lontano sono ognor,
e tra i monti e le lor valli
possan ancor tornar.
E suoni suoni la campana
e suoni e suoni al tramonto
e quando pensi alla tua terra
ti raggiunga il suo pregare.
La ceseta de Monte Mezza, don!
NELLA TUA CHIESETTA ALPINA
di Mariateresa Biasion Martinelli
Là, sull’altopiano
fra i prati
coperti di genziane
e di rose di monte
fra i pini secolari
e il profumo dei boschi,
nella tua chiesetta alpina,
ho ritrovato il tuo spirito,
padre.
L’avevo cercato
nelle strade
dove sentivo
il tuo passo stanco,
fra i muri
della tua casa,
nei marmi
della pietra
che ti ricopre:
… poi ho capito,
soltanto lì,
dentro il tuo sogno,
poteva abitare,
per sempre,
la tua anima alpina.

Figura 8: Chiesetta Alpina di Monte Mezza
Baita della Pace
La Baita della Pace, situata sulla Cima La Presa e raggiungibile partendo dai prati di Monte Mezza, è una piccola e accogliente costruzione in legno nata da un’idea di Agostino Pace. Uno degli aspetti più affascinanti della baita è il panorama a 360° che si apre dal vicino belvedere: lo sguardo spazia dalla Valsugana e dalla Panarotta alle montagne dell’Altopiano di Asiago, dal gruppo di Rava-Cima d’Asta fino ai monti del Feltrino.

Figura 9: Baita della Pace
Bibliografia
Renato Morelli, “Canti popolari del Tesino. Le registrazioni del 1977-1978″, Nota,
Udine, 2018.
Leo Lione, Giuseppe Biasion, La promessa mantenuta, Gruppo Alpini di Cinte Tesino,
2025 (opuscolo).
Sitografia
Calcàre https://ecoargentario.it/antichi-mestieri-le-calcare/.
Notiziario storico dell’Arma dei Carabinieri. Anno II – Numero 5
https://www.carabinieri.it/docs/default-source/editoria/notiziariostorico/notiziario-20175_1.pdf?sfvrsn=8d494123_2