Pradellano – frazione di Pieve Tesino

6 Ottobre 2026

“Lo dicevano i nostri vecchi che Pradellano è un canton de Parigi. Sarà vero? Per me si.” – Marisa Gecele (1945) (Ricerca del Dott. Alvise Osti)

Ho cercato più volte di chiedere a Marisa cosa significasse per lei che “Pradellano fosse un angolo (canton) di Parigi.” Lei mi ha risposto che non sa bene perché i suoi avi dicessero questo di Pradellano, ma che secondo lei è perché si sta bene, si sta tutti assieme e ci si conosce tutti, si è quasi tutti parenti ed è come stare in famiglia (tanti infatti sono i Gecele Maesso residenti a Pradellano, di cui anche Marisa fa parte). Ha poi rincarato la dose aggiungendo anche:

“Se i me disese: vutu ‘ndar en paradiso o star in Predelan? Mi digo: laseme en Predelan, che l’è mejo del paradiso.” (Traduzione: “Se mi dicessero: vuoi andare in paradiso o rimanere a Pradellano? Io gli dico: lasciatemi a Pradellano, che è meglio del paradiso.”)

Figura 1: gli abitanti di Pradellano riuniti per una fotografia, nel 1898 circa. Immagine scattata dalla macchina fotografica dei Tessaro-Paregin.

Oltre a un amore sconfinato verso Pradellano, frazione di Pieve Tesino (TN), la frase di Marisa trasmette un’ideale di “paradiso” nel senso di vita comunitaria, costituita da una parte di lavoro contadino nei prati, tra bestiame e fienagione, ma anche di mutuo aiuto tra i membri della comunità, feste e giochi. Come racconta Riccardo Santoni nel suo libro di memorie su Pradellano Mi ricordo: “la calma della sera, il sentimento di pace dopo la giornata di duro lavoro, il risuonare ritmico dei martelli, le speranze di un domani altrettanto fecondo, davano a quelle ore un senso di profondità che, […], non penso debba essere molto diverso da ciò che potremo aspettarci un giorno nell’aldilà.”

L’abitato principale di Pradellano si trova tra il passo Forcella (910 metri s.l.m.) e Bieno. È una terra di mezzo, al di là della Forcella, e forse quell’”al di là” che potrebbe essere alla base del nome della frazione, in quanto Pradellano è il “Prà al de là” della Forcella. Tuttavia sulla vera origine del nome non ho trovato spiegazioni definitive. Ci sono poi le Rive di Pradellano, di cui non mi sono occupato in questa trattazione, un territorio di altri masi collocati sulla strada che parte dal laghetto artificiale, all’interno del quale c’è la graziosa Rovere plurisecolare di Pradellano, di cui accennerò alla fine.

Cominciamo a parlare di quello che si trova su Pradellano presso i catasti provinciali di Trento, per dopo andare a raccontare gli usi e costumi di Pradellano dagli anni Cinquanta in poi, grazie alle interviste fatte con Marisa Gecele e il libro “Mi ricordo” di Riccardo Santoni. Infine, aggiungerò una sezione di curiosità storiche su Pradellano: l’intervista al ricercatore di minerali Paolo Codato che mi ha parlato del ritrovamento di un sito della fusione della calcolpirite presso Pradellano; le testimonianze della storica Elda Fietta e suo marito Pino Ielen, che mi hanno riferito le testimonianze di Alfonsina Gecele, zia di Elda, durante il periodo della prima guerra mondiale a Pradellano.

I “Masi di Pradellan” le origini di Pradellano presso il Catasto teresiano e franceschino di Trento

Cercando le origini antiche dell’abitato di Pradellano, all’interno del comune di Pieve Tesino (TN), è difficile trovare delle fonti affidabili e delle date in cui gli abitanti di Pieve hanno cominciato a costruire abitazioni e utilizzare i pascoli concessi dagli ampi prati di Pradellano e delle rive di Pradellano. Nel catasto franceschino, datato 1859, Pradellano viene considerata “Masi di Pradellan” (assieme a Campestrin) parte del “villaggio di Pieve”, ma ancora non frazione a sé come oggi.

Figura 2: Archivio Austriaco Franceschino. 1859, mappatura e rilevazione dell’abitato di “Pradellan”, costituito da tredici masi, Comune di Pieve Tesino.

Osservando invece gli impianti del catasto teresiano, a partire dal 1780, Pradellano appare con la nomenclatura di “Pradellan” e “Pradella”, ed è ripetutamente citata in vari passaggi di proprietà avvenuti nella prima metà dell’Ottocento all’interno del comune di Pieve.

Quindi come capire il processo che ha portato alla odierna Pradellano?

Data la scarsità di fonti d’archivio sulla storia di Pradellano, questa ricerca sarà piuttosto basata su testimonianze orali. A partire da giugno 2026 ho potuto fare delle conversazioni registrate al microfono con alcuni abitanti di Pradellano, che avevano memorie da condividere inerenti alla frazione: Marisa Gecele, Paolo Codato, Elda Fietta e il marito Pino Ielen (con questi ultimi abbiamo solamente avuto una conversazione telefonica). Inoltre fondamentale è stato il memoriale “Mi ricordo” di Riccardo Santoni, nel quale ha descritto gli usi e costumi di Pradellano negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.

È stato dunque possibile accumulare un piccolo database di ricordi e aneddoti, a volte anche di natura personale, ma non per questo irrilevanti per capire gli usi e costumi della frazione di Pradellano e come sono cambiati nel corso del tempo.

L’alluvione del 4 novembre 1966 e la nuova strada

L’attuale tratto della strada provinciale SP78 che congiunge Bieno a Pieve Tesino all’imbocco dell’uscita di Pradellano, è stata costruita dopo l’alluvione del 4 novembre 1966. Questo violento nubifragio fece gravissimi danni in tutto il Trentino; distrusse la vecchia strada del Tesino, fece crollare i ponti sul torrente Chieppena tra Bieno e Pradellano. Inoltre sul torrente Grigno presso Castello Tesino, isolando il paese nei due collegamenti con la Valsugana da Strigno a ovest e da Grigno a est. Fortunatamente non ci furono vittime.

L’abitato di Pradellano, fino ad allora tappa di passaggio obbligatoria per congiungere la Valsugana con il Tesino, venne escluso dal nuovo percorso stradale asfaltato che, attraverso il nuovo ponte sul Chieppena, si collegava a Pieve Tesino. Questo evento fu alla base del progressivo svuotarsi di attività commerciali esistite fino ad allora, testimoniato dalla chiusura del Bar Alpino nel 1973 e del bar trattoria Granello nel 1976.

Certamente questo non rappresentò la fine di Pradellano, che fondamentalmente continuò a rappresentare un piccolo centro di attrazione turistica. Tuttavia avvenne un progressivo svuotamento del paese rispetto a prima.

Ma com’era Pradellano prima dell’alluvione?

La trattoria di Pradellano negli anni Cinquanta

Già negli anni Cinquanta a Pradellano era attiva la trattoria di Cesare Roman. Il ricordo è quello di una trattoria alla vecchia, spartana, con un arredamento ridotto all’essenziale, che non aveva un assortimento di vivande come nei locali contemporanei, ma in cui si vendeva principalmente vino e grappa.

C’era una damigiana con una gomma con misure da litro, mezzo litro o quarto di litro, per riempire le bottiglie ai clienti. Non c’erano molte stanze: il bar era nella stessa stanza della cucina (privata), inoltre c’era una sala per i tavoli dei clienti, che giocavano spesso alla mora altrimenti a carte. Qualche volta saliva un signore con la barba da Bieno, detto Betòlo, che suonava l’armonica a bocca e allora si cantava all’esterno del locale, coperti dall’ombra di una vigna.

L’aneddoto

A prova di ciò una volta Marisa da bambina andò a prendere un litro di vino per la sua famiglia che le diede 100 lire, tuttavia un litro di vino ne costava 120. Le venne dunque riempita la bottiglia con meno di un litro intero; la sua porzione di vino venne misurata in maniera precisa, alla goccia: prima mezzo litro, poi un quarto di litro, infine mezzo bicchiere, per dare la giusta quantità di vino corrispondente alle 100 lire. Né una goccia in più, né una in meno.

Questo tipo di locale era lontano dagli standard moderni di trattoria con anche pasti cucinati per il pubblico, come invece sarà con la successiva proprietà del bar trattoria di Pradellano di Olimpio Granello, che a partire dal 1961 al 1976 dopo aver ristrutturato il locale diede vita a una trattori più moderna dove, su richiesta, si organizzavano anche pranzi e cene per gli avventori.

Gli animali domestici nell’economia di un tempo

A Pradellano, come in tante comunità montane con masi, tutti avevano nella loro proprietà vari animali da fattoria come capre, mucche, galline, conigli. Questi animali non erano come oggi meri animali da compagnia, ma svolgevano un importante funzione economica e di autosussistenza per le famiglie.

L’estate era la stagione del pascolo, quindi chi aveva capre o mucche doveva portarle nei prati, anche da una giovane età. C’era chi portava i bovini in alpeggio dove si poteva fare il burro (“butiro”) e altri formaggi, che poi sarebbero stati venduti ai villeggianti, assieme a latte e uova. Il latte a volte veniva utilizzato come merce di scambio, potremmo dire baratto; inoltre il valore delle uova era fissato a 25 lire per uovo.

Una volta nei negozi era normale accettare anche forme di scambio oggi difficili da praticare; Marisa racconta che la sua famiglia per un periodo acquistò cibo a debito presso l’alimentari di Pieve, dove la commessa segnava di volta in volta il credito del negozio su un libretto. Data l’impossibilità di saldare la somma tramite denaro, la famiglia di Marisa arrivò a impegnarsi a ripagare il debito monetario consegnando ogni giorno un litro di latte – portato in bici da Pradellano al negozio di Pieve – per svariati mesi, fino all’estinzione del debito.

Curiosità: Il latte della famiglia Gecele non serviva come prodotto da vendere in negozio, ma per il consumo domestico dei padroni della bottega.

Scuola di Pradellano

Per un breve periodo, dal 1954 al 1961, anche i bambini delle famiglie residenti tutto l’anno a Pradellano ebbero la possibilità di avere una scuola presso la frazione. La scuola per circa un paio d’anni fu collocata nel maso di Augusto Gecele, in cui si misero due stanze a disposizione: un’aula per le lezioni e una camera per la maestra. In seguito, per gli ultimi anni di insegnamento, Gino e Giovanni Gecele fece costruire un edificio appositamente per la scuola di Pradellano con un’aula lunga con le finestre grandi per le lezioni dalla prima alla sesta, un cucinino, una camera per la maestra e un corridoio.

Prima di questo breve periodo di scuola nella frazione, i bambini di Pradellano dovevano andare a scuola a Pieve e dovevano farsi ogni giorno il tragitto di almeno 3,5 chilometri ad andare e altrettanti per tornare a piedi. Mi viene raccontato da Elda Fietta che durante questo percorso giornaliero guardavano una stella, forse sapere se fossero in ritardo o no. Alfonsina Gecele (zia ora scomparsa di Elda Fietta) ricordava che i bambini la chiamavano “la bella stella”. Infatti soprattutto quando in inverno partivano che era ancora buio, nasceva l’esigenza di guardare le stelle per capire più o meno l’orario, in un’epoca in cui non erano a disposizione orologi tascabili o cellulari. Nel ricordo viene infine aggiunto che i giovani scolari dovevano ovviamente compiere questo tragitto con qualunque tempo, bello o brutto che fosse e dovevano stare attenti: per il ritardo venivano redarguiti e perfino puniti dalla maestra di Pieve.

Figure 3: carnevale a Pradellano durante la metà degli anni ‘50,  fuori dal maso di Augusto Gecele.

Figura 4: classe di scolari di Pradellano con maestra, anziani e Giovanni Gecele, presso il maso di Gino Gecele, il secondo luogo in cui ci fu la scuola.

Ricordi di un passato vicino ma lontano: Riccardo Santoni

Il libro “Mi ricordo” parla di una Pradellano nei ricordi di Riccardo Santoni, residente a Bolzano, che veniva a trascorrere i periodi estivi presso il suo maso di Pradellano. Da questo libro emerge una Pradellano di un’altra epoca vissuta contaminata dall’immaginazione di un ragazzo, fatta di personaggi mitici e storie quasi da “Far West”, in cui alla realtà di una vita basata su agricoltura di sussistenza, fienagione e lavori legati al bestiame, si unisce una continua ricerca di avventura e di socialità in una terra considerata selvaggia, come un piccolo Canada.

La frase del suo libro “tutte cose che possono oggi apparire insignificanti, ma che erano allora veramente vitali” può essere riferita anche alle memorie esposte in questa relazione. Il nostro moderno modo di vivere non può annullare la memoria di un mondo semplice e alla buona, ma ricchissimo di valori e saggezza. I ricordi che seguono sono tutti tratti dal suo libro; i virgolettati che seguono sono una citazione alle sue pagine.

La fienagione

In estate per la fienagione si partiva già molto presto di notte, per essere lì prima del sorgere del sole, quando l’erba si presentava bagnata di rugiada e più facile da tagliare. Due uomini più grandi di lui falciavano l’erba, mentre lui con il forcone la sparpagliava in modo che fosse ben asciugata e “nemmeno un raggio di sole andasse sprecato”, poi nel pomeriggio con il rastrello si voltava il fieno per farlo disseccare anche nell’altro lato. A sera “il fieno veniva poi raccolto in piccoli covoni (marei), che andavano nuovamente sparpagliati e voltati il giorno successivo. Infine il fieno, ormai ben secco e profumato, veniva raccolto in grandi lenzuoli di iuta e caricato sul carro, che bisognava poi trascinare (e i bambini spingere) fino a casa”.

Il mulo di Guido ‘merican

Prima dell’arrivo dell’auto e delle strade asfaltate, esisteva chi a Pradellano aveva un mulo per spostarsi, come Guido “’merican”, chiamato così per un lungo soggiorno in America precedente alla prima guerra mondiale. L’animale alloggiava in una delle stalle in fondo al paese, oggi resa abitazione turistica, e della sua cura se ne occupava talvolta Riccardo. La preparazione del mulo non era cosa banale: coinvolgeva finimenti, basto, redini e tirelle; non era affatto semplice prepararlo.

Guido con il suo mulo era solo uno dei tanti personaggi della Pradellano di quel secondo dopoguerra, in cui i mezzi a disposizione erano limitati ma si trovava sempre un modo per aggirare i limiti materiali.

Figura 5: Guido ‘merican e il suo mulo.

Come si faceva la spesa e altre commissioni

Come detto in precedenza, a quei tempi le auto erano pressoché assenti e la strada provinciale ancora in terra battuta. La necessità di avere un alimentari in paese era dunque fondamentale. C’era il negozio di Elda, piccolo e grande non più di qualche metro quadro e dotato della sola porta. Però conteneva tutti i generi alimentari, venduti sfusi. Veniva utilizzata “la carta azzurra per lo zucchero, quella bruna per le farine e la pasta, quella oleata per le marmellate e i prodotti umidi, quella leggermente grassa per il burro. I liquidi, compreso l’olio, venivano dettagliati da una damigiana e passavano nei contenitori (di solito una vecchia bottiglia) che ognuno si portava a casa. Il latte veniva pescato da un bidone di alluminio, con un misurino da mezzo litro posto al termine di una lunga asta”.

Come nel caso della trattoria, anche qui viene descritto un ambiente dove risparmiare era importante, dove non c’erano confezioni in plastica difficilmente riciclabile come ai giorni nostri. Questa semplicità indica anche una società dove i rifiuti non si creavano e tutto poteva essere riutilizzato.

Per il resto dei bisogni materiali c’era il passaggio settimanale di venditori ambulanti come il fruttivendolo e addirittura un venditore del digestivo Fernet. Per bisogni più particolari si andava a Bieno o Pieve, dove i negozi erano numerosi e ben riforniti di tutto. Racconta sempre Santoni che quando ci si riforniva in macelleria, al tabacchino o alle poste, si facevano le commissioni anche per chi era dovuto rimanere in paese, portandosi poi sulle spalle il carico e rincasando a piedi. Nel caso di lettere o telegrammi c’era una gran solerzia nel consegnare la corrispondenza al destinatario. Un ulteriore conferma del forte senso di comunità che regnava a Pradellano.

Far salami in autunno

In autunno cominciava la stagione di “far salami”, dopo che il maiale era stato portato in malga per crescere velocemente, con una dieta a base di latte di pigna, cioè il siero residuo della lavorazione del formaggio. L’animale veniva poi fatto ingrassare nella stalla di casa, per poi essere ucciso con una randellata in fronte e subito recisa la vena giugulare per recuperare il sangue ancora liquido destinato a fabbricare i sanguinacci. Della bestia nulla veniva sprecato e il macellaio sezionava i vari tagli di carne: lardo, coppa, pancetta, braciole, costine, prosciutto e poi i vari salami, cotechini e tante altre specialità. C’erano lavori per tutti, dal taglio alla macinazione al lavaggio degli intestini per produrre gli insaccati. Si potevano assaporare in quei giorni, di solito novembre, gli sfrigoloti, specialità derivanti dalla frittura di una parte non meglio precisata del maiale (ipotizzo siano simili agli odierni ciccioli).

Santoni ricorda con affetto questi processi, specificando la consapevolezza che la tragica morte inflitta al maiale era comunque necessaria per la sopravvivenza di un’intera famiglia per l’inverno. Le donne di casa rivolgevano preghiere a S. Antonio abate e al porcellino che lo accompagna nell’iconografia popolare.

Padre Girolamo, gioco di Pradellano

Tra i giochi che i ragazzi si divertivano a fare assieme a Pradellano, uno dei giochi più tipici era “Padre Girolamo”. Chi interpretava Padre Girolamo stava in una zona delimitata chiamata “casa”. Esclamava: “Padre Girolamo esce solo ura [sic[1]]!” e correndo su un piede solo cercava di prendere qualcuno. Una volta che aveva preso qualcuno, si annunciava così: “Padre Girolamo esce con figlio ura”. Chi era fuori doveva scappare e arrivare in questa sorta di “tana” per non essere preso, altrimenti veniva picchiato. Dai ricordi di Riccardo Santoni, sembra che anche lo stesso Padre Girolamo potesse ricevere la sua dose di botte:

(parlando di padre Girolamo) “Nel malaugurato caso che si vedesse costretto ad appoggiare al suolo entrambi i piedi, non aveva altra scelta che ritirarsi precipitosamente nel proprio campo, inseguito da tutti e battuto finché non si fosse rifugiato nella sua casa. […] Il gioco finiva quando anche l’ultimo partecipante veniva catturato”.

L’amore per i giochi improvvisati e il divertimento estivo sarà negli anni Ottanta alla base della richiesta da parte della Pro Loco di Pieve di avere uno spazio comunale a Pradellano dove poter organizzare feste estive e giochi inventati sul momento. Questo processo porterà, dai giochi improvvisati nei prati di Pradellano alla costruzione del Parco de’ Palui.

[1]     “Correzione di Marisa Gecele rispetto al libro di Riccardo SantoniUra” e non ora.

Il Parco de’ Palui, luogo di feste e comunità

La Pro Loco di Pieve Tesino ha organizzato per anni feste e giochi nei prati di Pradellano, con Marisa tra le principali promotrici. Sempre lei racconta di come nel 1985, il comune di Pieve abbia concesso agli abitanti di Pradellano la bonifica del prato in fondo al paese, il taglio degli alberi, lo sbancamento di terra, per costruire l’attuale parco di Pradellano, denominato appunto “Parco de’ Palui”, perché appunto lì un tempo era in parte zona di paludi. Sono state poi costruite le baracche in legno ancora presenti nel parco, pensate appunto per suonare e cucinare; infine il capannone con il tendone per avere delle feste ancora più grandi e su più giornate, per riuscire a rientrare nei costi organizzativi.

Le feste organizzate da Marisa e altri volontari della Pro Loco durarono almeno dal 1982 al 2007. All’interno di queste manifestazioni si proponevano e inventavano ogni tipo di sfide e giochi, cercando di trarre il massimo divertimento e la minima spesa: ad esempio un gioco una volta consisteva nel prendere dei piatti sbeccati e spaccarli con una mazzetta su un tronco; vinceva chi spaccava il piatto nel maggior numero di frammenti. Oltre ai giochi veniva proposta una varia e ricca cucina.

Le feste potevano essere celebrate per i più svariati motivi: un 40esimo dell’alluvione del 1966, una celebrazione dedicata a tutti i parenti Gecele Maisso, una festa per i nuovi nati. Tanti erano i motivi di trovarsi assieme, ma l’obiettivo era sempre quello di creare comunità e coinvolgere tutti, dai villeggianti a chi abitava Pradellano stabilmente. I nomi delle squadre che partecipavano ai giochi erano quelli dei proprietari dei masi di Pradellano: Jachei, Maessi, Mondo, Pierini, Placidi, Prussia, Rocio, Tacchini, Incalmi. Quest’ultimo nome era riservato alla squadra degli ospiti.

L’organizzazione di feste a cadenza annuale a Pradellano ora prosegue con l’attuale Gruppo Giovani di Pradellano, che porta avanti la tradizione delle feste iniziata tanti anni fa in maniera spontanea.

Figura 6: le squadre in azione

Capitello inaugurato nell’agosto 1959

Sempre nelle sue memorie, Marisa testimonia di come nell’agosto 1959 venne inaugurato e benedetto il capitello di Pradellano, commissionato e finanziato da una maestra di Pieve particolarmente devota, dato che Pradellano, non aveva e tutt’ora non ha una sua chiesa, a differenza di altre frazioni della Valsugana e Tesino.

Figura 7: capitello di Pradellano.

Una famiglia tesina in Belgio: i Tessaro-Paregin

Oltre ai Gecele Maesso, a Pradellano c’è un’altra famiglia storica: i Tessaro, di soprannome Parigini o “Paregin”. La loro proprietà di masi e terreni a Pradellano è attestata già nei catasti teresiani. Antonio Tessaro Paregin emigrò dal Tesino al Belgio già nella prima metà dell’Ottocento per dedicarsi dapprima alla litografia e all’attività editoriale a Gand, in Rue Des Champs 75. Dal 1878 Eugenio Tessaro e altri imprenditori tesini nell’ambito fotografico proseguirono a Bruxelles l’attività commerciale di vendita di apparecchi fotografici e stampe artistiche.

Durante i periodi in cui tornavano in paese, Marisa racconta di come i Parigini portassero con sé delle macchine fotografiche e realizzassero foto ricordo e stampe, di cui la fotografia a inizio relazione è un lascito degli ultimi anni dell’Ottocento (stimiamo 1898 circa). Per il Tesino dell’epoca la fotografia

era una assoluta novità e il ricordo in paese di queste fotografie sopravvive ancora. Quelle che seguono sono fotografie della famiglia Tessaro Paregin nei primi decenni del Novecento, durante i loro soggiorni nel maso di Pradellano.

 Figura 8: 1925 circa: Tessaro Emilia (Paregin).

Figura 9: 1910 circa, Chioli Elvira in Tessaro (Paregin) e figli.

Pradellano durante la prima guerra mondiale

“E dop i ne gà tirà zo a riposo in tel paese de Bieno e Pradelan che se ghe stava propi ben, e se beveva e se magnava zo par quele osterie. E nualtri se dormiva in te la paja drento par quele case e se saria sta anca masa ben ma mi no te digo i peoci (pidocchi) che i ne magnava jorno e note, de quei peoci todeschi che i gà la crose su la schiena e i faseva adunata sempre sul pì bel, e mi me ricordo ch’el bastava de metarla man nel coleto par ciaparne do o tri, grossi coi gran del formento (chicchi di frumento).”

Traduzione: “E dopo ci hanno messo giù a riposo nei paesi di Bieno e Pradellano che ci si stava proprio bene, e si beveva e si mangiava giù per quelle osterie. E noialtri si dormiva nella paglia dentro a quelle case e sarebbe stato anche troppo comodo ma non ti dico quanti pidocchi che ci mordevano giorno e notte, di quei pidocchi tedeschi che hanno la croce sulla schiena e si radunavano sempre sul più bello, e mi ricordo che bastava mettere la mano giù nel colletto per prenderne due o tre, grossi come i chicchi del frumento. “

Paolo Monelli, Luciano Viazzi (a cura di), Ricordi di naja alpina, 2001.

Così lo scrittore e militare Paolo Monelli ricorda i suoi periodi di riposo a Pradellano e nel confinante paese di Bieno quando combatteva con gli alpini durante il primo conflitto mondiale. Durante la Grande Guerra, Pradellano era infatti a contatto diretto con gli scontri militari. Dal maggio 1916 divenne prima linea del fronte in seguito alla ritirata italiana dopo la Strafexpedition austriaca. Già dall’estate 1915, assieme a Bieno, la attuale frazione era retrovia del fronte per l’esercito italiano, utilizzata come centro logistico e di vettovagliamento.

Presso il maso dei Parigini sono state rinvenute delle scritte epigrafiche, lasciate da militari dell’esercito italiano, in particolare i soldati del battaglione “Val Cismon”,  costituito nel 1915 all’interno del 7° Reggimento Alpini.

Figure 10 e 11: “IL RISPETTO DEVE ESSERCI NON SOLO COI SUPERIORI MA ANCHE COI COMPAGNI.”  e “IL SOLDATO ATTACCABRIGHE È MALE VISTO DA TUTTI I COMPAGNI.”

Durante la prima guerra questo battaglione operò nelle zone del Tesino e della Valsugana, tra cui Pradellano e il monte Lefre. I militari avevano una delle cucine nel maso dei Tessaro-Paregin (figure 9 e 10). Cucinavano la pastasciutta con il sugo rosso al pomodoro, una assoluta novità per la Pradellano dell’epoca, dove si era soprattutto abituati alla polenta. Capitava quindi che oltre ai soldati, anche i bambini di Pradellano passassero con la gamella in mano a chiedere la loro porzione della esotica pietanza. Questo aneddoto è stato tramandato da Alfonsina Gecele, zia di Elda Fietta, che durante la prima guerra era bambina e si ricorda della “pasta rossa” dei soldati.

Inoltre, sempre in quel periodo bellico, avvenne un tentativo di violenza verso la mamma di Alfonsina Gecele. All’epoca tutti gli uomini di Pradellano erano andati a combattere per la guerra, quindi in paese erano rimaste solo le donne. Un soldato meridionale , probabilmente della brigata “Ionio”, si recò di fronte alla porta di casa della mamma di Alfonsina Gecele (all’epoca bambina), pretendendo di vedere la mamma, che dovette barricarsi in casa, aiutata da altre donne del paese. Il militare minacciava di usare la forza per sfondare la porta del maso o addirittura entrare dalla finestra. Venne poi allontanato dal fronte tesino e, denunciato, finì sotto processo.

Un sito di fusione della calcopirite

Durante la mia fase di ricerca, ho fatto un incontro speciale: ho conosciuto lo studioso Paolo Codato (1945), ricercatore di minerali. Mi ha raccontato come nel 2011 abbia trovato delle scorie bollose derivate dalla fusione della calcopirite per ricavare il rame, vicino all’inizio della strada forestale che porta al Monte Lefre da Pradellano. È ritornato nel 2013 e, 50 metri prima del primo ritrovamento, vicino ad un presunto ruscello, sulla terra vicino alla strada, ha trovato delle scorie lisce derivate dalla fusione per ricavare il rame.

Figura 12: ferro ossidato in limonite dal sito della fusione della calcolpirite a Pradellano

Figura 13: cartina fornita da Paolo Codato indicante il luogo di fusione del rame. È poco prima del tornante, dove è scritto “scorie lisce”, vicino ad “acqua”.

Queste scorie sono databili tra il 2000 e il 1500 a.C. e da questo ritrovamento ha dedotto che a Pradellano era presente un sito di fusione della calcopirite. È un solfuro composto da rame, ferro e zolfo, tutt’ora fondamentale per la produzione del rame. Paolo sostiene anche che vicino al torrente fondessero la calcopirite per formare il metallo. Poco distante, presso Ponte Longon, Mutinelli ha trovato un sito dove avveniva la fusione della calcopirite per ricavare il rame. Anche il sito di Pradellano attingeva della calcopirite, visto che il Codato aveva trovato dei pezzi che ne contenevano più a monte.

L’esistenza di questi siti è una prova della attività di produzione del rame attive tra 2000 e 1500 a.C. in Tesino e Valsugana all’epoca. Infatti scorie molto grandi e  numerose sono state trovate in val dei Mocheni e in val di Sella, dove era abbondante il legno di faggio che, ridotto in carbone, veniva utilizzato per i forni fusori. Probabilmente poi esisteva uno scambio o una vendita del rame da parte dei minatori per la produzione di oggetti di uso quotidiano, come asce, coltelli e altri strumenti per le armi, di cui Pradellano era uno dei centri produttivi.

La plurisecolare rovere delle Rive di Pradellano

Fuori dall’abitato di Pradellano, presso le Rive di Pradellano, salendo dal laghetto artificiale per circa un chilometro e trecento metri, si può arrivare a un maso con le imposte azzurre sulla destra. A pochi metri dal maso si può trovare una rovere (quercus petrea) con un’età stimata attorno ai 400 anni. Questa quercia è dunque nata almeno nella prima del Seicento, all’epoca della vendita delle stampe della Stamperia Remondini di Bassano, e – come fa notare Lorenza Baratter nel libro “I patriarchi dei nostri boschi” – ha attraversato i secoli e le epoche storiche fino ad arrivare a noi.

Figura 14: Rovere delle Rive di Pradellano.

 

BIBLIOGRAFIA

Lorenzo Baratter, I patriarchi dei nostri boschi, Tappeiner, Bolzano, 2022.

Alberto Burbello, Fulvio Alberini, Nel cemento e nella pietra. Epigrafia di guerra in Valsugana orientale e Cima d’Asta, Silvy, Scurelle, 2021.

Elda Fietta, Mercanti di luce. Ottici e fotografi tesini tra Ottocento e Novecento, Publistampa Edizioni, Pergine Valsugana (TN), 2023.

Paolo Monelli, Luciano Viazzi (a cura di), Ricordi di naja alpina, Mursia, Milano, 2001.

Renato Morelli, Canti popolari del Tesino. Le registrazioni del 1977-1978.

Baldassare Pellizzaro, Pieve Tesino e la sua vicinia, Scotoni e Vitti, Trento, 1894.

Riccardo Santoni, Mi ricordo. Pradellano 1957-1966, Lagorai 1958 – 1972, 2006.

Giuseppe Sebesta, La via del rame, Museo etnografico trentino San Michele, 2000.

 

Ringraziamenti speciali a:

– Marisa Gecele e suo figlio Lusien Biasetto per le interviste e le fotografie;

– Martina Loss per le indicazioni e le fotografie;

– Elda Fietta e Pino Ielen per l’intervista a distanza e gli aneddoti sulla prima guerra mondiale;

– Paolo Codato per lo speciale dono mineralogico e intervista.

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